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Confartigianato sul Dl Energia: «Così si penalizzano le piccole imprese»

Confartigianato sul Dl Energia: «Così si penalizzano le piccole imprese»

L’ultima versione del Dl Energia non soddisfa Confartigianato, anzi. Secondo la Confederazione, troppi sono i punti critici del testo che peggiorano i contenuti delle bozze precedenti. A partire da quelli che riguardano le misure sugli oneri generali di sistema a carico delle piccole e medie imprese.
La direzione da seguire è un’altra: ridurre i costi e tagliare gli oneri. In caso contrario, il Dl Energia rischia di essere un’operazione contabile che mantiene inalterato lo spread con gli altri Paesi europei e lascia le Pmi italiane a combattere una guerra impari.

LE MISURE CHE OSTACOLANO LE PMI
Entrando nel merito, Confartigianato critica:

  • L’allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a 10 anni, al tasso di interesse del 6%

Con questa misura, la diminuzione della bolletta energetica è solo apparente, perché se da un lato ne riduce il costo annuale, dall’altro l’aumento complessivo sui consumatori si aggira sui dieci miliardi. Questa misura colpisce 6,7 milioni di punti prelievo delle piccole imprese alimentate in bassa tensione. Di questi, oltre 650mila riguardano le piccole imprese manifatturiere che operano nelle filiere tipiche del Made in Italy. Che, in aggiunta all’aumento del prezzo dell’energia, sono schiacciate anche da un gap competitivo rispetto ai produttori industriali energivori.

Inoltre, il costo degli interessi continua ad essere ripartito secondo logiche fortemente sperequate, che vedono le piccole imprese contribuire per circa il 50% del gettito richiesto agli usi industriali.

  • Gli accordi di lungo periodo per l’energia rinnovabile: viene eliminata l’esclusione delle Pmi, ma sono ancora forti i vincoli all’aggregazione, con il coinvolgimento di Acquirente Unico e nuove linee guida Arera che, in passato, non hanno trovato adesione per l’eccessivo peso burocratico.
  • Nella bolletta elettrica viene trasferita parte dei costi del gas delle centrali termoelettriche. Gli effetti sui prezzi finali sono incerti e la misura, subordinata al via libera della Ue, rischia di gravare sulla tariffa di distribuzione, sostenuta soprattutto da piccole imprese e famiglie.

LE PMI NON SONO UN BANCOMAT
Le piccole imprese non possono essere considerate un bancomat: servono scelte coerenti che le riconoscano come risorsa strategica per il Paese, non come base su cui scaricare nuovi costi. Ecco perché non si può chiedere ancora una volta alle Pmi di sostenere la parte più pesante dei costi, diluendo i benefici. Così, invece di correggere le distorsioni le si aggrava.

PERCHE’ SI PARLA COSI’ SPESSO DI ENERGIA
Perché dal 2021 la sequenza degli shock ha allentato solo leggermente la presa, e gli interventi emergenziali messi in campo dal governo sono serviti a poco: i tagli temporanei agli oneri di sistemi, i crediti d’imposta, i sostegni selettivi hanno seguito la logica del “cerotto” e non hanno aperto la porta a quelle misure che, invece, avrebbero dovuto evitare che il problema diventasse strutturale.

Con il Dl Energia si rischia di passare dalla logica dell’emergenza alla logica del rinvio: se da un lato si tenta di calmierare lo shock, dall’altro le piccole e medie imprese continuano a sostenere costi troppo alti a causa di un differenziale con l’Europa che si gioca su oneri fiscali e parafiscali.

Gli imprenditori raggiunti da Confartigianato Imprese Territorio in occasione di un’inchiesta sul “caro energia”, sostengono che il 2022 è stato “l’anno più buio della bolla energetica”: il peso del rincaro delle commodities sul fatturato, allora, ha inciso pesantemente con quote che, a seconda della tipologia d’impresa, sono state del 6%, del 10% o addirittura del 15%. Fatti due conti, decine di migliaia di euro in più ogni anno.

ITALIA VS UE: IL GAP CHE ASSOTTIGLIA I MARGINI
Le piccole e medie imprese italiane del settore manifatturiero con consumi fino a duemila MWh, pagano l’energia elettrica il 22,5% in più rispetto alla media europea. Nel 2024, +24% e fino al +47% rispetto alla Francia e al +42% rispetto alla Spagna.
Quanto spendono? Circa 8,8 miliardi, con un extra-costo di 1,6 miliardi rispetto a quanto pagherebbero con i prezzi medi europei.

A far tremare i polsi agli imprenditori sono tasse e oneri: questi incidono per 7,78 centesimi/kWh, oltre il doppio della media Ue (+117,4%).
Ecco perché è fondamentale che si agisca sul peso fiscale e parafiscale: è questo ad ostacolare le Pmi e non il costo “puro” dell’energia. Che è sì alto, ma ben al di sotto dei picchi raggiunti nel 2022.

I RISCHI PER LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE
Più costi, meno investimenti, meno competitività uguale a meno margini.

  • Margini: in molti settori, l’energia pesa tra il 10% e il 30% dei costi operativi. Con aumenti di questa entità, i margini possono ridursi dal 15% al 35%, a seconda dell’intensità energetica del settore.
     
  • Investimenti: tra il 20% e il 30% dei fondi destinati agli investimenti è stato dirottato per coprire i costi energetici. Ciò significa che ci sono sempre meno risorse per agganciare la sfida della digitalizzazione, dell’innovazione e del green.
  • Competitività: la perdita di competitività è tra il 10% e il 20%, soprattutto nei settori energivori (manifattura, metalmeccanica, alimentare). Il rischio interessa soprattutto le imprese italiane che esportano, superate da quelle che vendono sugli stessi mercati ma che pagano l’energia a costi inferiori.

COSA FARE?
Le linee di intervento per poter mitigare i costi energetici non mancano:

  • Taglio strutturale di oneri e fiscalità in bolletta
  • Contratti di fornitura più efficienti con consorzi di energia: CEnPI
  • Maggiore trasparenza su contratti e strumenti di copertura del rischio
  • Autoproduzione e Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer)
  • Fotovoltaico, pompe di calore, macchinari Industria 5.0
  • Incentivi stabili nel tempo
  • Audit energetici e revamping di impianti
  • Schemi di finanziamento che non gravino sul bilancio delle Pmi