
L’allargamento al Mar Rosso della crisi in Medio Oriente riguarda anche l’Italia. E la riguarda con quelle preoccupazioni che nascono da un’attenta valutazione dei dati. Ad entrare nel dettaglio è Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera del 15 gennaio 2024: «Oltre il 90 per cento del commercio internazionale viaggia su nave, la flotta mercantile mondiale è cresciuta del 20 per cento in tre anni, i noli si sono triplicati e i premi assicurativi (che variano in relazione ai carichi) sono aumentati da quattro a cinque volte. L’incertezza e la pericolosità nel Mar Rosso – che ha visto azioni militari angloamericane contro i ribelli yemeniti Houthi, alleati di Hamas ed Hezbollah – incidono con forza sul funzionamento delle catene del valore, sui costi delle materie prime e sui prodotti finiti». Ovviamente, inevitabili le ripercussioni sui prezzi.
IN PERICOLO L’EXPORT MADE IN ITALY: - 6,4% IN UN ANNO
L’import-export dell’Italia non può che uscirne seriamente danneggiato, perché l’allargamento della crisi a macchia di leopardo sta minando quel commercio marittimo internazionale - in transito per il Canale di Suez - che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto rialzare la testa proprio in questo 2024 dopo un calo del 2,2% nei primi dieci mesi dello scorso anno. Un ampio segno negativo che, da inizio secolo, si era registrato solo nel 2020 con la pandemia e nel 2009 con la crisi innescata dai mutui subprime.
E così, le vendite targate Made in Italy sono in pericolo: dall’esame dei dati pubblicati dall’Istat, a novembre il volume dell’export è sceso del 6,4% rispetto ad un anno fa e, nei primi undici mesi del 2023, il calo è stato del 4,6%. Ma è un altro il dato che alimenta la paura: secondo il Kiel Institute for the World Economy, istituto di ricerca tedesco specializzato sui temi della globalizzazione, a dicembre il volume dei container spediti attraverso il Mar Rosso si è ridotto del 66% rispetto al volume normalmente previsto (media dal 2017 al 2019).
TUTTI I NUMERI DELL’ITALIA: A RISCHIO 148 MILIARDI DI IMPORT-EXPORT
Le stime italiane sul valore dell’import-export annuale, che transita per il Canale di Suez proveniente dai paesi del Medio Oriente, dall’Asia, dall’Oceania e dai paesi del Sud-Est dell’Africa, nel 2023 (ultimi dodici mesi a settembre) era di 148,1 miliardi di euro: 93,1 miliardi di importazioni e 55 di esportazioni. Un valore che rappresenta il 42,7% del commercio estero dell’Italia trasportato per mare e l’11,9% del commercio estero totale dell’Italia. Nel dettaglio, si tratta del 15,2% delle importazioni totali e dell’8,7% delle esportazioni totali. I paesi maggiormente interessati per valore dell’intercambio commerciale via nave con Italia sono Cina, India, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Iraq, Indonesia.
L’ESPOSIZIONE DELL’EXPORT DELLE REGIONI ITALIANE ALLA CRISI DI SUEZ
La regione che conta il più alto valore delle esportazioni via mare attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso è la Lombardia con 12.919 milioni di euro. Seguono l’Emilia-Romagna (9.371 milioni), il Veneto (5.752 milioni), la Toscana (4.743 milioni), il Piemonte (4.148 milioni) e il Friuli-Venezia Giulia con 2.004 milioni di euro. La maggiore esposizione regionale alla crisi di Suez – con l’export regionale trasportato via mare attraverso il Canale di Suez che, in rapporto al PIL, è superiore o uguale alla media nazionale del 2,8% – si osserva in Emilia-Romagna con il 5,3% del PIL seguito da Friuli-Venezia Giulia (4,7%), Toscana (3,7%), Veneto (3,2%), Lombardia (2,9%) e Piemonte (2,8%).
LA CRISI IN MEDIO ORIENTE RIDUCE FIDUCIA E INVESTIMENTI
Dice, il Presidente di Confartigianato Marco Granelli: «L’escalation della crisi in Medio Oriente, penalizzando il sistema del Made in Italy e l’approvvigionamento di prodotti essenziali per la trasformazione della manifattura italiana, aggrava la frenata del commercio internazionale. Gli effetti della crisi del Mar Rosso, sommati alla stretta monetaria in corso e alla riattivazione delle regole europee di bilancio, potrebbero avere conseguenze sulla crescita: si riducono la fiducia e la propensione ad investire delle imprese e frena il ciclo espansivo dell’occupazione che, nell’ultimo anno, ha registrato un aumento di oltre mezzo milione (+551mila) di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Il rischio è che l’approccio “attendista” delle imprese, che ancora sorregge la seppur flebile fiducia, possa degenerare in recessione».