
Dopo quattro anni di crescita, la curva inizia a scendere. Aumenta l’inattività, ma il tasso di disoccupazione cala al 5,7%. Dopo tredici anni, l’Italia presenta un risultato nettamente migliore rispetto alla media europea.
OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE
Cerchiamo di fare un po' di ordine in quello che sembra, a tutti gli effetti, un vero paradosso del mercato del lavoro italiano: nell’arco di quattro anni, da novembre 2021 a novembre 2025, l’occupazione è salita di 1 milione 277mila unità (+ 5,6%). L’aumento è trainato dalla crescita a doppia cifra (+11%) di dipendenti permanenti, con 1 milione 631mila unità in più. In positivo (+4,3%) gli indipendenti con 213mila occupati in più mentre cade (-18,6%) l’occupazione dei dipendenti a termine, con 567mila unità in meno.
Nel solo mese di novembre 2025, gli occupati sono scesi dello 0,1% (-1,2% i dipendenti con contratto a tempo determinato e -0,2% gli autonomi) e i disoccupati del 2%. Crescono dello 0,6% gli inattivi. La quota di persone che cercano lavoro in Italia è inferiore al 7,7% della Francia e al 10,4% della Spagna. Disoccupazione al 3,8% in Germania.
INATTIVI: UN SERBATOIO DI LAVORO IMMOBILE
Cosa accade? Scende la disoccupazione, vero, ma anche perché molti smettono di cercare lavoro. E chi non cerca lavoro, non fa numero tra i disoccupati. Dunque, se da un lato il mercato del lavoro italiano sembra in buona salute, dall’altro mostra quelle fragilità, tensioni e squilibri che potrebbero porre fine, nel 2026, alla lunga fase espansiva del mercato. Gli economisti parlano di un normale rallentamento ciclico coerente con la debolezza del Pil europeo, di un segnale anticipatore di un possibile raffreddamento della domanda di lavoro nel 2026 e di un aggiustamento fisiologico dopo anni di forte espansione dei contratti permanenti. Un crollo economico? No, solo un cambio di fase. Gli stessi inattivi rappresentano il fianco debole, e il vero problema strutturale, del nostro Paese, perché si tratta di un potenziale serbatoio di manodopera purtroppo immobile, scoraggiata e fuori dal mercato.
MISMATCH TRA IMPRESA E SCUOLA
Ma c’è un altro problema sul quale l’Italia ha già accesso, da tempo, un campanello d’allarme: la crescente difficoltà a trovare i profili giusti, soprattutto giovani, da inserire in azienda. Se è vero, come lo è, che alla crescita dei posti di lavoro hanno contribuito le piccole e medie imprese (+11,7% tra il 2021 e il 2024), è anche vero che la bassa disoccupazione non risolve il mismatch. Se il numero dei lavoratori è importante, lo è altrettanto la qualità delle competenze. Quindi, posti di lavoro disponibili, voglia di assumere da parte degli imprenditori ma candidati che non dispongono delle competenze richieste. Più di un lavoratore su due è difficile da reperire.
GIOVANI: IL PONTE TRA FORMAZIONE E LAVORO
Nel mese di novembre 2025, Confartigianato aveva proposto al governo di creare un ponte tra formazione e lavoro. Un obiettivo che richiede risposte sistematiche, e non episodiche, e che sarà difficile ottenere senza il pieno coinvolgimento delle imprese e delle organizzazioni imprenditoriali nelle linee previste dalla proposta di legge. Gli imprenditori sono pronti a fare la loro parte, ma il loro ruolo deve essere riconosciuto nella definizione delle politiche che riguardano il futuro del Paese.
Secondo la Confederazione, la priorità non è solo quella di creare nuove opportunità, ma anche di aiutare i giovani ad intercettare e valorizzare quelle che già oggi sono disponibili ma che, spesso, sono ignorate o non accessibili a causa del mismatch tra competenze richieste e competenze acquisite. Il punto è questo: intraprendere percorsi di studio attrattivi per il mercato e per chi produce. Da qui, l’urgenza di potenziare l’apprendistato.
PERCHE’ POTENZIARE L’APPRENDISTATO
Le proposte di Confartigianato sono mirate:
I TRE FRONTI APERTI: GIOVANI, DONNE E SUD
Di fronte ad un mercato del lavoro che sembra “stabilizzato”, restano tre fronti aperti sui quali tardano le possibili soluzioni: le nuove generazioni, le donne e il Sud Italia. La stessa crescita territoriale è sbilanciata con Trentino, Lombardia e Veneto al di sotto del 3% di disoccupazione e un Mezzogiorno che, invece, supera la media nazionale. In Lombardia, Basilicata, Liguria, Lazio, Calabria, Sicilia e Campania si sono raggiunti i valori minimi del tasso di persone che cerca un’occupazione.
LA CRESCITA DEGLI OCCUPATI HA SOSTENUTO I BILANCI DELLE FAMIGLIE
Nel terzo trimestre 2025, il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici è aumentato del 19,8% rispetto al corrispondente trimestre del 2021. Al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto è aumentato del 3,6%.
L’INCERTEZZA PESA SULLE PREVISIONI DI ASSUNZIONE NEL 2026
Secondo l’ultima rilevazione del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le previsioni di assunzione nel primo trimestre del 2026 scendono del 2,4% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. Insomma, in Italia la crescita dell’occupazione non riesce a cancellare quelle fragilità storiche che, purtroppo, si ritrovano proprio in quella disoccupazione “residua” difficile da assorbire. Il mismatch si fa strutturale a causa di competenze digitali insufficienti, formazione tecnica debole, scarsa mobilità geografica.