
La Cina fa ancora i conti con la pandemia da Covid 19 e la “tolleranza zero” dimostrata fino ad oggi nei confronti dei movimenti dei cittadini mette in ginocchio l’economia. Non solo quella dell’Impero Celeste. I primi a reagire ai nuovi lockdown istituiti a Shanghai dal 28 marzo, megalopoli che conta 25 milioni di abitanti, sono stati i mercati. Tutti in rosso: nei giorni scorsi Shanghai ha perso -5,1%, Hong Kong -3,7% e Tokio -1,9%. In Europa la borsa di Parigi è la peggiore con un negativo di 2,01%, mentre Francoforte e Milano corrono sulla stessa linea rispettivamente con un -1,54% e -1,53%.
SHANGHAI FERMA IL MONDO
Il ritorno della pandemia genera insicurezza e sfiducia: dopo mesi di ripetute tensioni sull’approvvigionamento di materie prime ed energia, le supply chain si ritrovano a lottare con strappi e colli di bottiglia che stanno facendo capitolare gli scambi commerciali a livello globale. I dati, nella loro crudezza, rappresentano al meglio la paralisi che fra alcune settimane colpirà inevitabilmente tutto il mondo: lo scalo internazionale di Shanghai è il primo a livello globale e le navi alla fonda che si sono aggiunte in questi ultimi giorni sono 451. Ne arriveranno poi altre 254, mentre quelle bloccate sui moli sono 21 (la fotografia del traffico impazzito nel porto, pubblicata su Il Sole 24 Ore di oggi, l’ha scattata il sito www.marinetraffic.com).
L’EUROPA HA PAURA
Lo sdoganamento delle merci è un’opzione ancora lontana, la catena è ormai in tilt e l’onda lunga del blocco nelle prossime settimane si farà sentire anche in Europa e in Italia, perché l’assenza di merci porterà molte imprese ad interrompere le produzioni e i consumatori inizieranno a trovare qualcosa in meno sugli scaffali dei supermercati. Tra la fine di marzo e aprile, infatti, le interruzioni nelle filiere produttive avevano interessato soprattutto il mercato interno della Cina. Il prolungarsi delle chiusure e la loro estensione in altre zone del Paese, invece, porteranno l’Europa e il resto del mondo a pagare un prezzo doppio: da un lato le aziende rischiano di non ricevere più materie prime e componenti essenziali (soprattutto tecnologici) dalla Cina, quindi si fermeranno; dall’altro, il calo della domanda cinese penalizza l’export in uno dei principali mercati di prodotti ad alto valore aggiunto. Le banche centrali, che temono la caduta dell’economia mondiale nella voragine della stagflazione, dovranno accelerare la stretta monetaria per evitare che le supply chain siano interessate da nuovi e ulteriori rincari.
I PORTI EUROPEI FUORI GIOCO
L’Asia è il centro di smistamento dal quale partono e al quale arrivano la maggior parte dei prodotti che fanno marciare l’economia: i porti asiatici, infatti, toccano il 79,3% del traffico totale. Europa e Nordamerica, invece, coprono rispettivamente il 12,7% e il 6,4% del totale: non c’è partita. E la partita rischia di non essere giocata ancora per lungo tempo perché Shanghai gestisce un traffico quadruplo rispetto al porto di Los Angeles, mentre Rotterdam – che è il più grande tra i non asiatici – anche sommando la sua capacità di trasporto con Anversa e Amburgo non sarebbe mai in grado di competere con Shanghai dove il 70% del traffico è dedicato al cargo, l’11% ai container, un altro 11% ai tanker di petrolio e il 3% al trasporti di pesce.
IL FRENO AI TRASPORTI LOCALI E L’AUMENTO DEI COSTI
Il problema si ingigantisce quando si prende in considerazione l’intera filiera dei trasporti locali dai quali dipende lo smistamento delle merci in entrata e in uscita dalla Cina. Qui, oltre al test PCR molecolare gli autisti devono essere in possesso di permessi speciali per il carico e lo scarico, e le restrizioni sempre più rigide nei confronti della pandemia hanno messo fuori gioco il 90% dei mezzi che consegnano le merci dell’import-export. Se da un lato il porto di Shanghai è rimasto aperto durante il lockdown, dall’altro lato migliaia di container sono rimasti chiusi aumentando sempre più di numero. E la coda di navi ferme nel porto si è inevitabilmente allungata. Tra circa un mese, lo tsunami di Shanghai si farà sentire con forza ovunque. Giusto il tempo del trasporto di un container: ci vogliono tra i 40 e i 50 giorni affinché le merci partite dal porto cinese raggiungano anche le destinazioni più lontane. L’impennata dei costi delle merci e dei trasporti sarà inevitabile così come il rialzo dell’inflazione cinese.