
Roberto Frassine, docente di Scienza e Tecnologie della Plastica al Politecnico di Milano, dice che «il settore della plastica si dirige ormai verso le 4 R dell’economia circolare: redesign, reduction, recycling e reuse. Una rivoluzione da vivere senza ansia e che porterà non solo benefici economici ma anche sociali». Attraverso l’uso di materie vegetali e bioplastiche - per esempio il PLA (acido polilattico), che è biodegradabile e compostabile, o le similplastiche ottenute da legno e umido - e «un adattamento alle nuove necessità dei consumatori che, però, non deve cadere in un greenwashing sbrigativo». Un tema, questo, sul quale le imprese sono particolarmente sensibili ma sul quale, secondo gli imprenditori coinvolti nell’ultima inchiesta di Imprese e Territorio, bisogna fare ancora chiarezza: alla teoria deve seguire la pratica. La plastica, la cui fine è ancora lontana nel tempo, è quindi «un mercato in espansione e l’Unione Europea non punta alla sua abolizione, ma solo ad un suo uso più responsabile». Lo ha fatto, la Ue, dal 2022 con la direttiva SUP (Single Use Plastic) per ridurre il consumo di plastica monouso e lo farà entro la fine del 2024 con l’introduzione di norme mondiali, giuridicamente vincolanti, riguardanti tutto il ciclo di vita dei polimeri. Infine, è nata la High Ambition Coalition to End Plastic Pollution per eliminare l’inquinamento da plastica entro il 2040.
PERCHE’ PROPRIO LA PLASTICA?
Principalmente, per cinque motivi:
UN’INCHIESTA CHE, FORSE, NON FINIRA’ MAI
L’inchiesta di Confartigianato Imprese e Territorio sul futuro del settore della plastica è iniziata cinque mesi fa con il coinvolgimento diretto di grosse aziende e Pmi, professori universitari, laboratori di prototipazione con stampa 3D, attori del territorio. Quindi: la plastica, così tanto demonizzata, quale futuro avrà? E, soprattutto, ne avrà uno? Due sono i fronti sui quali si è diretto l’approfondimento: da un lato la necessità di aprire un nuovo percorso in linea con le sollecitazioni dell’Unione Europea e, dall’altro, la sfida green. Che non è solo ricerca sui materiali ma anche l’osservanza dei criteri Esg, di come assolvere alla responsabilità sociale d’impresa attraverso scelte dirette alla tutela dell’ambiente e delle persone. In ultimo, come cambiare e in quali tempi. Qui è la filiera, con la collaborazione sempre più stretta tra grosse e piccole imprese, a farsi carico di un compito fondamentale: crescere insieme per poter mantenere, e aumentare, la propria competitività. Ma le imprese, da sole, non possono farcela.
I PROTAGONISTI DELL’INCHIESTA
Alba-Plast Di Adamoli P. e Lucca P. Snc / Andriolo Srl / Nupi Industrie Italiane Spa / Color Plast Srl / Costruzioni meccaniche Luigi Bandera Spa / LATI Industria Termoplastici Spa / Omnia Plastica Srl / Plastì Srl / Tecnoblow 95 Srl / Faberlab Powered by Arburg / Tullio Tolio (Settore Scientifico Disciplinare Tecnologie e Sistemi di lavorazione del Dipartimento di Meccanica al Politecnico di Milano) / Roberto Frassine (Scienza e Tecnologie della Plastica al Politecnico di Milano) / Roberto Carullo (artista di pop-art).
PREPARARSI ALLA SOSTENIBILITA’ PER NON USCIRE DAL MERCATO
Non è raro che già, oggi, le multinazionali chiedano alle Pmi screening sulla transizione ecologica, il “rating” di sostenibilità o “rating Esg” (certifica la solidità di un’azienda dal punto di vista dell'impegno in ambito ambientale, sociale e di governance) con un accento sulla sostenibilità di prodotto. Cioè, la prova scientifica che misura l’impatto ambientale di un bene attraverso l’uso di materiali green che non derivano da fonti fossili o materiali riciclati (i biopolimeri). Gian Luca Ranzato, della Color Plast, dice che «il riciclo della plastica esiste dagli anni Settanta», ma oggi si sta arrivando ad un giro di boa. Lo sottolinea Michela Conterno della LATI: «L’attenzione all’ambiente, e alle persone, chiede l’uso di resine sostenibili ed eco-compatibili ottenute anche da fonti rinnovabili e di polimeri provenienti da riciclo chimico, o meccanico, e con cariche e rinforzi di origine naturale (per esempio, fibre vegetali o scarti delle lavorazioni alimentari). Nel prossimo futuro la sostenibilità diventerà una condizione obbligatoria per tutti, e chi non si adeguerà avrà serie difficoltà ad occupare quei giovani preparati che, quando si presentano per un’assunzione, di un’impresa guardano prima di tutto la sua anima “green”».
NUOVI MODELLI DI BUSINESS E BIOPLASTICA, MA BISOGNA PARTIRE DAL RICICLO
Un giro di boa che mette d’accordo grandi e piccole imprese, anche se «buona parte di questo cambiamento – afferma Anna Andriolo della Andriolo Srl - dovrà passare dal consumatore finale. Sensibile alla sostenibilità, vero, anche se sulla plastica – il suo uso, il suo riciclo, il suo riuso – sembra mancare ancora di quella cultura in grado di cambiare le regole del gioco». Il cambiamento, inoltre, passa anche dai «nuovi modelli di business – per esempio, attraverso la nascita di start up dedicate all’ambiente – per il recupero del materiale e portarlo a quella seconda vita sulla quale si lavora già da tempo», interviene Davide Zucchelli della Plastì Srl. Secondo Emanuele Adamoli di Alba Plast Snc e Luca Castellanza di Omnia Plastica Srl, «uno fra i maggiori problemi che deve essere affrontato a livello europeo è, invece, la distorsione normativa che interessa il settore: da un lato è corretto un giro di vite sulle regole che interessano la riciclabilità degli oggetti per uso alimentare, dall’altro bisogna cercare di riciclare di più e meglio in linea con i principi dell’economia circolare». A partire dai produttori di polimeri. Per tutelare veramente l’ambiente, secondo le imprese, «ci vuole un’attenzione particolare a ridurre gli sprechi, a monitorare l’uso e lo scarto dei materiali plastici e a trovare sistemi efficaci per il riciclo». Ma i costi per rigenerare il materiale originale (la seconda vita) sono una variabile che fa la differenza per tutti. Nel frattempo, la bioplastica e i materiali alternativi spingono sull’acceleratore: «Sul mercato però se ne trovano sempre meno (ne fanno incetta le grosse aziende), le liste di attesa per l’approvvigionamento sono particolarmente lunghe (anche un anno) e i prezzi sono altissimi. Le piccole imprese non se li possono permettere», rimarca Roberto Casella della Technoblow 95 Srl.
LE PMI ITALIANE: FORTI SE IN FILIERA
Tullio Tolio, professore del Settore Scientifico Disciplinare Tecnologie e Sistemi di lavorazione del Dipartimento di Meccanica al Politecnico di Milano, dice che «le Pmi italiane, da sole, sono troppo piccole per essere competitive e fare massa critica. Ma quando lavorano in filiera aumentano la loro competitività e possono reggere la concorrenza anche di importanti realtà internazionali. E il loro valore si moltiplica quando si introduce il concetto di ecosistema, nel quale contano tanto la preparazione e la competenza tecnica quanto la relazione che si genera con il territorio e le sue comunità. Università comprese. Ma in questo ecosistema i rapporti tra le imprese dovranno essere sempre più strutturali per poter reggere la competizione tra le diverse filiere». Ecco perché quando si parla di filiere, oggi, non si intende semplicemente il rapporto tra chi le guida e gestisce e gli altri attori che ne fanno parte, ma la creazione di un ecosistema imprenditoriale che aiuta lo sprint dell’economia.
COME GRANDI E PICCOLE IMPRESE IMPARANO A LAVORARE INSIEME
La transizione green, quindi, può ricevere una valida spinta proprio dalla riorganizzazione della filiera in un’ottica di partnership tra grandi e piccole imprese: l’obiettivo è quello di crescere insieme, acquisire «nuovi sistemi di lavorare» e trasmettere – in una logica di vasi comunicanti - know how ed esperienze. L’affiancamento, che diventa accompagnamento, e le sollecitazioni delle grosse imprese sono strategici per il raggiungimento di quella «compliance - la conformità a normative, standard e best practice che incide tanto sulla gestione interna quanto nei rapporti con clienti e fornitori – che richiede alle Pmi grandi sforzi burocratici e professionalità adatte, che spesso mancano», interviene ancora Michela Conterno. Crescere insieme significa lavorare nella piena condivisione degli strumenti e gestire clienti e fornitori attraverso la piena integrazione tra realtà produttive. Per farlo, le grandi chiedono alle Pmi di aumentare gli investimenti sul fronte della digitalizzazione e del rinnovamento aziendale e di aprire un percorso sulla sostenibilità dei prodotti, «condizione sine qua non per trovare nuovi clienti e mantenere quelli storici». Sono questi i punti sui quali si sono concentrate le aziende che operano nel mezzo della filiera: trasformatori di materiali plastici, produttori di semilavorati o macchine per l’estrusione, laboratori di stampa 3D devono fare i conti con un’economia in rapida mutazione (chi si dedica al B2C si è dovuto reinventare per soddisfare i bisogni dei “clienti fluidi” della rete). Ma è proprio la prototipazione a ricavarsi uno spazio importante nel mercato dei polimeri. A dirlo è Ilaria Restelli di Faberlab Powerd by Arburg: «Le aziende chiedono prototipi funzionali di qualità realizzati in breve tempo e con materiali specifici, meccanicamente performanti e termicamente resistenti. Utilizzando il filamento anche in simil-platica, oppure partendo direttamente dai granuli polimerici. Una cosa è certo: la plastica non morirà mai».
NON BASTA “ESSERE BRAVI”: LE MULTINAZIONALI CHIEDONO DI PIU’
Crescere insieme significa aumentare la propria competitività. E’ per questo che per «fare ciò che chiede il mercato – afferma Marco Genoni della Nupi Geco Spa – le grosse aziende come la nostra forniscono ai propri fornitori sistemi gestionali CRM (Customer Relationship Management) per monitorare prodotti e ordini». E se alcune cercano un confronto diretto per costruire un percorso di crescita comune, e altre invece tendono a selezionare i loro fornitori secondo una logica di risparmio, la “filiera tracciata” è per tutti un must perché permette di ottimizzare tempi e costi, qualità e logistica. Ma le competenze tecniche e tecnologiche, le esperienze e le professionalità che permettono la realizzazione di un prodotto di alta qualità sembra non siano più sufficienti. Così come non lo sono il prezzo giusto o la migliore performance. La parola passa a Michele Bandera della Costruzioni meccaniche Luigi Bandera Spa: «La clientela multinazionale è sempre più esigente sotto il profilo contrattualistico, legale e nell’assistenza post-vendita. Chiede ai fornitori scelte e azioni sostenibili, organizzazioni strutturate, continuità generazionale, servizi e puntualità». Anche riscoprendo quella “artigianalità” che caratterizza alcune lavorazioni customizzate alle quali dare ulteriore valore.
AMBIENTE, TERRITORIO E COMUNITA’: UN IMPEGNO CONDIVISO
Un valore unico che stimola anche la relazione tra gli imprenditori: i Piccoli sono fornitori dei grandi, mentre i grandi sono clienti delle Pmi e fornitori di quelle multinazionali che, all’interno della filiera, chiedono l’applicazione di codici interni condivisi e l’adeguamento a iter decisionali anche complessi. Il punto che fa la differenza è la capacità delle Pmi di rispondere alle sollecitazioni delle grosse imprese. Perché la filiera non è solo una questione economica. Anzi, in questi anni di trasformazione anche sociale, all’interno dell’ecosistema sono proprio le Pmi a recuperare quell’attenzione verso l’ambiente, il territorio, la comunità che fa parte del loro Dna. E sono proprio questi valori, poi, ad essere condivisi dalle grandi aziende su una base di reciproca fiducia e valori comuni.
PERICOLO DISINTERMEDIAZIONE: NASCONO LE PIATTAFORME PER IL MANIFATTURIERO
La filiera regge se il rapporto tra realtà imprenditoriali così diverse fra loro riesce ad essere trasparente e – in alcuni casi – anche personale. Ma una probabile minaccia a questo sistema sta nella nascita delle piattaforme per il manifatturiero. A dire di cosa si tratta è ancora il professore Tolio: «Le imprese caricano sulla piattaforma il disegno del prodotto che vogliono realizzare, attendono la quotazione economica del lavoro e, dopo accettazione, la consegna avviene in tempi rapidi. Cosa si rischia? La completa disintermediazione tra cliente e fornitore e, inoltre, il fatto che queste piattaforme eliminano qualunque politica industriale perché decidono autonomamente su quali mercati approvvigionarsi. I vantaggi? Sfruttare la capacità produttiva inutilizzata, che è comunque competitiva, delle Pmi. E’ importante che a livello europeo venga definita una strategia per evitare il proliferare di piattaforme extra Ue».