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Le troppe “imprese zombie” rischiano di portare al fallimento anche quelle sane

Le troppe “imprese zombie” rischiano di portare al fallimento anche quelle sane

Si fa presto a dire “imprese zombie”, ma la realtà è più complessa. Per capire meglio il fenomeno di queste aziende che “vivacchiano” senza contribuire alla crescita economica del Paese, dobbiamo fare un passo indietro. Precisamente all’epoca del Covid 19, quando moratorie sui debiti e garanzie pubbliche (per sostenere la liquidità) e ampia estensione della cassa integrazione avevano contribuito a mitigare gli effetti della pandemia sull’economia reale. Se da un lato l’iniezione di risorse è servita ad evitare situazioni di crisi più o meno acute, fallimenti compresi (tra il 2019 e 2020 sono crollati del 32%), dall’altro quegli interventi hanno contribuito a rendere “dormienti” situazioni che, negli anni, sono riesplose pesando sul sistema Italia. Nello stesso tempo la decisione della presidente della Bce, Christine Lagarde, di mantenere invariati nel 2021 i tassi di interesse – allo zero per cento se non di poco superiori - sulle operazioni di rifinanziamento hanno peggiorato la situazione. Su Italia Oggi ne scrisse l’analista Mauro Bottarelli: «La politica di tassi bassissimi ha generato un mostro proprio all’interno del comparto corporate, ovvero il proliferare delle cosiddette zombie firms, cioè aziende incapaci di far fronte al proprio servizio del debito attraverso il normale flusso di cassa […] Il loro aumento è stato vertiginoso e quell’indebitamento strutturale che le mantiene artificialmente in vita, come un polmone d’acciaio, viene garantito unicamente dal costo del denaro a zero o sottozero imposto artificialmente dalle Banche centrali».

ZOMBIE O ZOMBIE LIGHT?
Ad entrare nel merito della questione era stato, nel 2021, l’Istat. I dati, pubblicati su Linkiesta, svelavano un fenomeno che ad oggi ha portato, in Italia, alla presenza di oltre 23mila imprese zombie: tra marzo e aprile 2020, 4 imprese su 10 avevano subìto un calo del fatturato del 50% e, fino al 4 maggio, il 45% delle aziende aveva dovuto sospendere l’attività. Tra gennaio e settembre 2020, il fallimento aveva colpito 9mila aziende in meno rispetto al 2019. Il quotidiano online richiama le analisi degli economisti Fabiano Schivardi e Roberto Romano: «Su un totale di oltre un milione di imprese analizzate, sono stati concessi prestiti per più di 115 miliardi di euro. Oltre 20 miliardi sono andati a più di duecentomila imprese individuate come zombie light e zombie». E qui, una distinzione è doverosa perché non tutte le aziende in difficoltà sono “zombie” e quelle contraddistinte dal “light” possono ancora salvarsi.

LA CRISI PER USCIRE DALLE DIFFICOLTA’
A volte le crisi fanno bene: aiutano le imprese più performanti a mettere in campo tutte le loro energie; fanno una selezione tra chi ce la può fare e chi, invece, vuole vivere nello status di “zombie” attraverso continui sussidi statali. Sono quest’ultime ad incrinare la tenuta della nostra economia: perché non hanno risorse, sono vicinissime al baratro del fallimento, non sono un bacino occupazionale e neppure produttivo e non hanno le carte in regola per operare secondo le normali condizioni di mercato.

A RISCHIO GLI OBIETTIVI DEL PNRR
In Italia, il Paese europeo dove più alta è l’incidenza, di “imprese zombie” se ne contano 23.262: il 2,4% del totale. A dirlo è il Cerved che, in base agli ultimi dati disponibili (quelli del 2021), entra nel dettaglio: 12.456 non si sono risanate, mentre 10.806 sono new entry. Il 45,9% (10.675) è stato finanziato dal Fondo di Garanzia con 7 miliardi di euro. Quelle 23mila e più aziende impattano direttamente sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Impattano sul futuro del nostro Paese e su quelle opere – infrastrutture tante – sulle quali si scommette la rigenerazione del territorio. Altri numeri, quelli di uno studio NSA, fotografano il fenomeno: un’azienda su dieci è fortemente indebitata, o è capitalizzata in misura insufficiente, così da non riuscire a trovare le garanzie che servono per partecipare alle gare d’appalto.

I SETTORI A RISCHIO
Ad essere ad alto rischio sono le aziende delle Costruzioni (zombie lo è una su due, il 42,9%, tra quelle monitorate dalla crisi del 2008) ma anche le realtà dell’Energia (37%), dei Servizi (33,4%), della Logistica e Trasporti (32%). E poi quelle della lavorazione metalli, chimica e farmaceutica, largo consumo, elettromeccanica, sistema casa. Ma ci sono anche comparti nei quali le aziende rientrano con difficoltà nel mercato: sistema moda, mezzi di trasporto, carburanti, informatica.

ZOMBIE FIRMS: UN DANNO PER L’ECONOMIA E PER CHI CREDE NELL’IMPRESA
La carta d’identità delle “zombie firms” è questa: hanno più di dieci anni di età e da almeno tre non riescono a ripagare gli interessi sul debito. Come resistono? Drenando risorse. A chi? A imprese che vogliono investire, che vogliono puntare sulla crescita e sullo sviluppo, alle start-up tecnologiche. A chi vive l’imprenditoria anche come atto di responsabilità sociale. Le imprese zombie rischiano di far calare a picco l’economia italiana perché mettono a serio rischio la tenuta del mercato del lavoro, la salute finanziaria del sistema (con veri e propri shock), la concorrenza sana e corretta. Ma, ancora peggio, fanno aumentare il costo del denaro escludendo le imprese virtuose che potrebbero accedere al credito.

INIEZIONI DI (S)FIDUCIA: LA CLASSIFICA NAZIONALE
Cerved dice che nel biennio 2020-21, a ricevere finanziamenti è stato il 28,8% (8.102) delle imprese zombie censite nel 2019. Il 69,6% di queste, contro il 43,1% di quelle non finanziate, si è rimesso in piedi grazie a 3,1 miliardi di euro di sovvenzioni. Le altre, il 30,4%, sono uscite dal mercato o sono rimaste zombie. Il vero problema è che hanno sottratto al sistema Italia 1,3 miliardi di risorse. Le aziende risanate hanno superato le 40mila unità. La nazione dove la percentuale di salvezza è maggiore è il Trentino Alto-Adige con il 61,2%. In fondo alla classifica si colloca la Valle D’Aosta con il 44,2%. La Lombardia è al 49,6%. La regione Campania rappresenta un caso interessante: nel 2019 le imprese zombie erano 2.194, mentre nel 2021 il numero scende a 1.749. La variazione è del 20,03%.

IMPRESE DA SALVARE, MA QUALI E COME?
«Le ragioni per cui accade tutto questo sono legate alla salvaguardia della tenuta economica e dei livelli occupazionali del Paese, così come alla necessità di contenere il rischio di insolvenza e di generazione di nuovi crediti deteriorati», dice alla Stampa Andrea Mignanelli, Amministratore Delegato di Cerved. «Tuttavia, la presenza di imprese zombie pesa sul sistema produttivo, perché distrae capitali che potrebbero garantire rendimenti più alti e maggiore produttività altrove…contribuisce alla stagnazione e disincentiva l’ingresso di nuovi operatori. La crisi generata dal Covid è stata gestita con aiuti e prestiti. Ora però servono interventi mirati basati su strumenti, dati e tecnologie che permettono di fare uno screening corretto delle imprese su cui investire».

Su LaVoce.info, Schivardi e Romano tentavano una mappatura delle imprese in crisi cercando di rispondere alla domanda: quali aziende aiutare? Gli economisti: «Le attenzioni delle politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi sulle imprese che sono in una “terra di mezzo”, tra le quali è comunque utile una qualche forma di differenziazione. Si dovrebbe decidere se e quanto intervenire in imprese che erano sane alla fine del 2019, ma che il Covid ha reso “vulnerabili”…Non sono del tutto compromesse e un sostegno pubblico, anche limitato, potrebbe renderle di nuovo finanziariamente solide. Interventi più consistenti, probabilmente sotto forma di iniezioni di equity, sarebbero necessari per quelle imprese che sono passate «da solide a rischiose. 
Un gruppo per cui si potrebbe pensare a interventi selettivi. L’ultimo gruppo, che abbiamo chiamato “zombie light”, è composto da imprese vulnerabili prima della crisi e passate nella categoria di rischio. È numeroso ed è il più difficile da valutare in termini di intervento, in quanto al suo interno ci sono casi di imprese che, senza la pandemia, avrebbero potuto mantenere o migliorare la loro situazione patrimoniale, e altre che invece erano già su un sentiero di deterioramento strutturale. È per questo gruppo che il compito della politica si fa particolarmente difficile, perché distinguere fra le due situazioni è tutt’altro che facile».

CHIUSURE O NON CHIUSURE?
Nel frattempo, l’aumento delle chiusure non c’è stato e, quindi, le imprese zombie continuano ad essere operative sul mercato. Cosa fare? Bisogna monitorare la loro presenza anche attraverso un confronto tra istituti di credito e aziende e, soprattutto, evitare sussidi a pioggia. Sotto questo punto di vista maggiori dovranno essere i controlli e maggiori le attenzioni di fronte ad una richiesta di investimento. Senza alcun privilegio.