Armando De Nigris: «I giovani? Devono essere autogenerativi»

Armando De Nigris: «I giovani? Devono essere autogenerativi»

Acetificio De Nigris 1889

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Cosa ci fanno un medico-chirurgo (Armando), un farmacista (Raffaele) e un laureato in Economia (Luca) in un acetificio?

Combinare sintesi e narrazioni storiche non è facile, ma Armando De Nigris – Presidente del Gruppo De Nigris, nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, recentemente, Maestro del Made in Italy con menzione speciale per il ponte creato con i giovani all’interno del percorso formativo dedicato al “sapere fare” italiano – accompagna la capacità di analisi alla finezza del pensiero: «Noi tre ci consideriamo i custodi di una tradizione. E l’innovazione di cui facciamo parte non è altro che una tradizione che si deve rinnovare nelle strutture, nella proprietà, nelle generazioni che verranno».

Armando è il fratello di Raffaele e Luca: terza generazione dell’Acetificio De Nigris 1889 alle prese con la quarta. Che ha i nomi di Marcello, Michela e Matteo. Matilde, che lavora a Londra, sarà la prossima. Si scrive passaggio generazionale, ma si legge Patto di famiglia: una promessa.

Il passaggio generazionale visto da un padre, Armando De Nigris, è una pagina che si può leggere da destra a sinistra. Perché quando il Presidente parla della sua entrata in azienda – oggi l’acetificio è il più importante produttore a livello mondiale di Aceto Balsamico di Modena Igp e il primo esportatore nazionale al mondo – guarda al futuro attraverso la lente del passato. Perché l’impresa è un prisma che riflette esperienze e storie.

Come quella della De Nigris, «dove siamo artigiani manifatturieri – prosegue il Presidente – guidati da una frase di San Francesco: chi lavora con le mani è un operaio; chi lavora con la testa e con le mani è un artigiano; chi lavora con la testa, le mani e il cuore è un artista. Questa è l’Italia».
 

Acetificio De Nigris

Suo figlio Marcello, intervenuto a Monza il 24 marzo all’eventoGovernance e continuità generazionale nelle imprese familiari” organizzato da Artser, ha definito il passaggio generazionale “un ecosistema in continua evoluzione”: se cambia l’impresa deve cambiare anche la governance familiare. Complicato?
E’ molto complicato, perché un genitore diventa datore di lavoro dei figli e dei nipoti. Marcello, Michela e Matteo stanno seguendo un Patto di Famiglia sufficientemente rigido: entrata in azienda non prima dei ventotto anni, conoscenza di due lingue straniere, Master di specializzazione tra i primi trenta al mondo. Se ce la fanno, le spese sono a carico dell’impresa. Non è facile, perché sai che figli e nipoti ti stanno affidando la loro vita lavorativa.

Lei ha lasciato una carriera da chirurgo per l’azienda di famiglia: quello che lei definisce “il richiamo della foresta”. Perché?
Ho scelto la carriera da medico-chirurgo, e quella da imprenditore, con la stessa passione. Mi sono laureato a 22 anni (il medico più giovane d’Italia), ho esercitato fino a trentasette al Policlinico universitario e poi è arrivato “il richiamo della foresta”. In realtà, la famiglia non la si lascia mai, soprattutto quando hai alle spalle una family company. Il consumatore vuole che l’imprenditore “ci metta la faccia”: Barilla, Illy, Branca…La De Nigris, fondata nel 1889, è questo. E lo è grazie al mix tra le mie competenze, e conoscenze, e quelle dei miei fratelli: così abbiamo cambiato il modo di fare impresa. Ai nostri figli e nipoti non dovrà mancare questa consapevolezza: inserirsi in un percorso con il quale si custodisce e si tramanda.

Ci spiega?
Le nuove generazioni non possederanno mai nulla di quello che la famiglia ha posseduto in passato. Nel tempo, le imprese si mantengono solo se sono sane, ma nel loro assetto societario saranno sempre più parcellizzate. Le aziende che hanno una lunga storia alle spalle, come l’acetificio De Nigris, riconosciuto “marchio storico di interesse nazionale” dal Mimit, sono beni culturali che appartengono al nostro Paese. Per i ragazzi di oggi il passaggio generazionale non è semplice perché devono dimostrare di avere capacità trasversali come il saper ascoltare e il resistere. Un giorno, quando potranno dire la loro, lo faranno con un bagaglio di esperienze veramente importanti perché sedimentate nel tempo.

I suoi genitori come l’hanno presa?
Mio padre aveva un’intelligenza emotiva notevole: fece una vera crociata per tenere divisi noi tre fratelli sapendo che avrebbe ottenuto il risultato

Acetificio De Nigris

contrario. Ha giocato d’anticipo: la separazione forzata ci ha uniti. Oggi io, Raffaele e Luca siamo tre spicchi di una stessa arancia: con le nostre diversità abbiamo fatto dell’azienda la nostra missione.

Ci racconta il suo passaggio generazionale?
E’ avvenuto quasi in modo automatico e, una volta entrato, mi sono concentrato su Ricerca e Sviluppo e Risorse umane: in questo mi ha aiutato, perché mi ha contaminato, il mio percorso di ricercatore all’Università, il rapporto con gli studenti, la preparazione delle lezioni e degli esami. Così, all’interno dell’azienda ho fondato l’Accademia De Nigris, una fra le prime Academy aziendali italiane, con la quale aiutare i giovani – oggi siamo in trecento – ad acquisire le giuste competenze. Poi, in Emilia-Romagna abbiamo realizzato il Balsamico Villaggio: una cittadella dove si celebra la conoscenza dell’aceto balsamico di Modena Igp.

Il passaggio generazionale è un percorso formativo
La formazione viene prima di tutto, per tutti. Ma ci vogliono monitoraggio e crescita. Se non si formano le persone alle necessità dell’impresa, e non si monitora costantemente questo loro percorso, non si avrà mai il metro di giudizio corretto per farle crescere. Che tu lo faccia, o meno, il rischio c’è: il collaboratore se ne va dall’azienda perché non si sente riconosciuto o valorizzato, oppure il collaboratore se ne va perché, nonostante fosse una buona risorsa, non si è puntato su di lui. La crescita di livello, alla quale l’imprenditore deve guardare con entusiasmo, si riverbera sull’andamento dell’attività. Ed è per questo che Marcello, Michela e Matteo sono affiancati da alcuni manager che hanno il compito di seguirli e aiutarli nel loro percorso professionale.

Il vostro Patto di famiglia impone ai giovani di restare tre anni fuori dall’impresa per acquisire esperienze lavorative specifiche: qualcuno si sarebbe potuto innamorare del lavoro svolto altrove. In quel caso, cosa sarebbe successo?
Marcello, Michela e Matteo sono stati coinvolti dall’età di tredici anni: ogni sei mesi partecipavano all’assemblea di famiglia e raccontavano l’andamento dei loro percorsi scolastici. Al tuo fianco hai un miniesercito, quindi lo stress è alto perché il coinvolgimento emotivo è accentuato. A volte mi chiedo: perché nessuno ha fatto il maestro di violino, il fotografo, l’insegnante di nuoto? Tutti bravi, anche se a loro non lo dico, tutti entusiasti e tutti qui. Però, se uno non si sente gratificato, o non riesce a raggiungere il suo obiettivo, è giusto che trovi soddisfazione altrove. Ecco perché i genitori devono aiutare i figli a coltivare le loro passioni, mentre ai giovani dico: lavorate con il sorriso e vi accorgerete di non aver mai lavorato.
 

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Il vero passaggio generazionale non sta solo nel gestire bene ciò che altri hanno costruito, ma nel trasformarlo?
La progettualità e il futuro dell’azienda, che passa attraverso l’innovazione dei processi, sono le uniche cose che devono coinvolgere i giovani che hanno determinati ruoli in azienda. Ma i percorsi di innovazione e trasformazione devono essere autogenerativi. I giovani di oggi stanno vivendo un tempo molto più accelerato rispetto a quello che ha vissuto la mia generazione (De Nigris ha sessantadue anni, ndr). Se non cavalcano l’onda delle ultime innovazioni rischiano di perdere il treno.

Sta pensando all’Intelligenza Artificiale?
Nelle loro mani, questo strumento potrà fare molto di più di quanto io ci posso fare oggi. Autogenerativa; non le sembra una bella parola? I giovani devono essere autogenerativi di nuovi percorsi e gestire una rivoluzione silenziosa, però capisci che nei fai parte solo se hai un pensiero sottile. A Marcello, Michela e Matteo consiglio di cavalcare i cambiamenti come ho fatto io con i miei fratelli, perché ti puoi anche divertire. La mia generazione, invece, ha avuto un privilegio che i giovani di oggi non hanno: sfogliare gli album dei ricordi con foto che raccontano storie. Il Covid, ai giovani, ha cancellato parte della loro storia.

Quali sono le leve più importanti sulle quali costruire un passaggio generazionale solido?
Ai giovani consiglio di costruire percorsi lineari, di essere onesti con loro stessi e con gli altri perché, se intraprendi un percorso a curve, alla fine troverai solo tornanti. Inoltre, devono tenere la barra dritta perché a farli curvare, nella vita, ci penseranno gli eventi. Infine, la reputazione - se la curi, la conservi e la nutri sei a metà dell’opera – abbinata alla sostenibilità: un driver della comunità nella quale esisti e continui ad esistere. Soprattutto se sei presente in piccoli centri.

Davide Ielmini