Gli splendidi ottant'anni dell'artista del cemento che ha ridato vita al ponte liberty

Gli splendidi ottant'anni dell'artista del cemento che ha ridato vita al ponte liberty

Figli Carlo Canziani

info@figlidicarlocanziani.com

Il ponte di via Magenta che collega Varese al quartiere di Giubiano è stato riaperto ai pedoni. Un ponte centenario, espressione del più aggraziato stile Liberty e bene storico della città. A tal punto che sull’opera esiste un vincolo della Soprintendenza. Sono passati cent’anni dalla posa della “prima pietra” e l’intervento conservativo ha richiesto non solo gusto ma anche sensibilità storica e competenze tecniche.
Carlo Canziani, titolare della Figli Carlo Canziani (in via C. Ferrini 25 a San Macario - Samarate), alla soglia degli ottant’anni porta con disinvoltura il titolo di “artista del cemento”.
Perché in quello è nato ed è cresciuto: prima con il nonno, Carlo anche lui, e poi con papà Canzio e gli zii (sono questi i figli ai quali fa riferimento la ragione sociale dell’impresa). Artista di formazione geometra, curioso dal cuore tenero, ancora oggi si emoziona se gli si dice “bravo” e se la moglie Carla gli regala un “sei unico!”.
Uomo d’altri tempi, che parla di graniglia ed effetto martellinato, di granuloneria del calcestruzzo e di spazzolatura, Carlo si è specializzato in quelli che lui definisce “lavori strani”. Strani perché complessi e faticosi. Proprio come il recupero del ponte Liberty varesino.

IL PONTE CENTENARIO: «LO PENSAVO ANCHE LA NOTTE»

Ponte di via Magenta

Un progetto ricco di particolari che ha richiesto una «ricchezza di pensiero, perché le campate non mi hanno fatto dormire la notte: ho controllato la struttura quattro volte per quelle sue pendenze così diverse. Per non sbagliare disegnavo tutto sul pavimento e iniziavo a giocare con le prospettive e i vuoti. L’armatura interna è tutta in acciaio inossidabile: 1.600 chili a cinque euro al chilo; ogni 15 centimetri di struttura ci sono due staffe verticali legate fra loro da altre staffe superiori e inferiori. In totale ne ho contate 2.300. E 300 sono i quintali di calcestruzzo».
Tutto questo senza contare il dislivello della scala: se vuoi, chiamale emozioni…E’ così che le pensa Carlo Canziani, che la paura di sbagliare la prova ancora oggi. Perché «ciò che fai dev’essere fatto bene. Una volta visto il ponte finito, mi ha fatto piacere».

DAL BOOM ECONOMICO AD OGGI: «LA SABBIA SI MANGIA COME IL PANE»

POnte liberty

La storia della Carlo Canziani e Figli – nel campo delle costruzioni nel 1911, poi in quello dei manufatti di cemento dal 1948 – è storia di cambiamento: con papà Canzio, «artista della parola», a capo di un’azienda con quasi 30 dipendenti a far pilastri, cordoli, pozzi perdenti.
Ricorda Carlo che «i pezzi venivano fuori a valanghe. L’autista dell’azienda andava più volte al giorno in cava a prendere la sabbia perché la si mangiava come il pane». Dalla ricostruzione dell’Italia postbellica agli anni Sessanta, la società si trasforma: le città crescono e assumono nuove conformazioni urbanistiche; la gente cambia abitudini. Da un lato si investe sulla produzione in serie, ma dall’altro arriva anche il prodotto unico e l’intervento su progetto.
E’ qui che si inserisce Carlo Canziani: «Ogni lavoro va preparato; ogni lavoro è a sé. E’ quello che ho fatto alla Reggia di Venaria Reale, alla Galleria S. Babila di Milano, all’Università di Pavia», ci dice l’imprenditore appassionato di «lavori strani».
Per anni «attaccato al vecchio modo di chiudere i contratti – a mio padre bastava una stretta di mano – e poi, dopo qualche fregatura e qualche fallimento, l’abitudine di farsi dare un acconto». L’abitudine al buon lavoro. A quello che fai soprattutto per passione. A quegli interventi creativi e sempre nuovi «ai quali si forma un giovane solo dopo tre o quattro anni. Oggi ho due soli dipendenti: siamo rimasti in pochi; è rimasto il meglio».

I CONSIGLI DI PAPÀ
Sono rimasti i consigli di papà: onestà, correttezza e serietà. «Ma a questo mondo di furbi – incalza Carlo – non mi sono adeguato. Da ragazzino ci si alzava alle quattro e mezzo della mattina per andare a lavorare; quando sono stato promosso in terza media ho chiesto una bicicletta in regalo e mio padre mi disse “guadagnatela e poi te la compro”. Era faticoso, certo, ma ho vissuto momenti meravigliosi: ogni giorno aumentava la nostra umanità e ci sentivamo più ricchi perché tra noi c’era armonia e amicizia».
Anche quando a quattrodici anni si è messo alla guida del camion dell’azienda per «fare un po’ di pratica. E poi, con il bilico, sono uscito in strada ma non sapevo ingranare la retromarcia. Oppure, quando mi sono messo a sperimentare nel sottotetto di casa con stampi e gesso. E poi, i primi contrasti con papà per l’acquisto dei primi carriponti. Il mondo dei manufatti si evolveva; i cementisti di serie si mettevano in proprio; noi volevamo aumentare la qualità. E realizzare pezzi unici. A pochi passi dal compiere ottant’anni sono ancora qui: a scegliere i materiali per gli stampi, a lottare con preventivi e margine, a dirmi che è tutto cambiato. E che tutto cambierà ancora».