
Crisi o metamorfosi? Inefficienza delle imprese o troppa burocrazia? Libertà d’impresa limitata o declino sistemico? Non si può liquidare il dibattito sulla crisi della manifattura con valutazioni basate esclusivamente sui dati, o su narrazioni che non reggono il confronto con la complessità della nuova economia. Al di là di ogni radicale semplificazione, forse bisogna partire dal concetto che il Made in Italy non è un’etichetta, ma un ecosistema territoriale. E come tutti gli ecosistemi deve essere affrontato in tutta la sua complessità. Pensando, prima di tutto, ad una politica industriale selettiva che sostenga i settori in difficoltà, eppure strategici, dell’imprenditoria italiana: auto, moda, elettronica.
Se ancora non si può parlare di crescita, la fase di crisi acuta del manifatturiero sembra si stia esaurendo. Una fase di transizione dove il rallentamento flette, ma la produzione resta debole a causa di shock esterni (i dazi statunitensi possono frenare il Made in Italy dopo aver già distorto i flussi con gli anticipi di acquisto) e incertezze legate all’andamento negativo dell’export (il dato complessivo è positivo, ma drogato dal farmaceutico) per la debolezza dell’Eurozona. A sostenere questo “atterraggio lungo” sono il miglioramento delle attese sugli ordini (l’orizzonte sembra meno buio), la produzione dei servizi di trasporto e il mantenimento dell’occupazione.
Si può dunque parlare di stabilizzazione? Ragionando sui segni meno che da anni accompagnano il settore, si può tentare una virata coraggiosa: dal - 4,3% del 2024, si passa ora al -0,7%. Sotto i riflettori, la flessione della moda con un -5,6% (nel 2024 il calo era di circa il 12%). Nel complesso, la meccanica perde l’1,1%: una riduzione che è in forte contenimento rispetto al calo del 6,5% del 2024. Insomma, c’è un cambio di passo che porta dalla gestione dell’emergenza al capire come poter ripartire.
Il dato che attrae l’attenzione degli analisti è la tenuta del valore aggiunto (+0,2%) e la crescita delle ore lavorate (+1,5%) a fronte di una produzione in calo. Si parla, in questo caso, di “labour hoarding”: le imprese trattengono i lavoratori in attesa di tempi migliori, ma la produttività si fa stagnante (nelle migliori delle ipotesi) o, addirittura, in calo. Più lavoro per meno output. E’ questa, però, la forza delle piccole e medie imprese italiane. Che sono disposte a perdere in produttività, ma non si lasciano scappare i collaboratori più competenti: un modello che aiuta ad ammortizzare le crisi. Ed è un modello che si è rigenerato nel tempo. Se da un lato si mantiene, dall’altro – una scelta dettata dai trend economici – la domanda di lavoro, nel primo trimestre 2026, cala del 5,9%.
A pesare sulla manifattura è anche lo scarso dinamismo delle esportazioni. Al netto del farmaceutico, che regala una performance eccezionale con un +30,9%, l’export cresce solo dello 0,3%. Ma anche in questo caso, ci si lascia alle spalle il -1,6% del 2024. Tra i settori, la crisi è altalenante o, addirittura, assente: gli autoveicoli segnano un - 8,3%, gioielleria, occhialeria e dispositivi medici calano del 9,7%. All’opposto, l’export cresce del 10,7% nei mezzi di trasporto diversi da autoveicoli, dell’8,4% nella metallurgia e metalli e del 4,3% nell’ alimentare e bevande.
Il manifatturiero ha scelto di reagire, come da sempre fanno le imprese. Ma per far diventare grande questa “piccola ripresa” servono una semplificazione burocratica radicale, investimenti in energia sostenibile (migliorare l’efficienza dei processi e ridurre la dipendenza dall’energia volatile) e digitalizzazione (dati, automazione, integrazione di filiera), politiche adatte all’inserimento dei giovani in azienda e alla loro formazione e piani di rilocalizzazione per dare forza alle supply chain. Ma, soprattutto, spostare la competizione dal prezzo al valore, che si ottiene non solo con la vendita del prodotto ma anche, e soprattutto, con la vendita di soluzioni e consulenze. Più qualità e meno volumi?