
“I’m thinking”: è il messaggio che compare sulle piattaforme di IA subito dopo il prompt che l’umano ha affidato alla macchina. Accade anche nel mondo delle banche, dove la domanda di finanziamento di un’impresa dipende sempre più dal “via libera” di quello che è il credit scoring algoritmico. La decisione demandata altrove con una freddezza che tiene conto di numeri e dati, ma non della storia di un’impresa. Che, come accade spesso in Italia, è di matrice familiare, piccola e fragile perché sottocapitalizzata.
LA STORIA “INVISIBILE” DELLE PMI NELLE MANI DELL’ALGORITMO
Giancarlo Giudici, professore di finanza aziendale al Politecnico di Milano, nell’ambito della sua attività accademica incontra molte aziende e banche. Le une e le altre fanno parte di un microcosmo nel quale non sempre si crea un contatto con reciproca soddisfazione: «I track record – ovvero lo storico delle performance, dei risultati e delle esperienze passate di un’impresa – mancano alle aziende di nuova costituzione; invece, sono abbondanti in chi ha tanti anni di attività alle spalle, ma non sempre l’algoritmo li valuta pienamente: il risultato è che le banche sono più che disponibili a finanziare imprese sane e già liquide, molto meno a supportare quelle Pmi che hanno opportunità future», dice il docente.
Che aggiunge: «Oggi, chi fa l’imprenditore in Italia è un eroe: le complessità e le lungaggini burocratiche sono davvero troppe. Ecco perché tante idee, e tanti possibili investimenti, restano al palo. Soprattutto, in ambito infrastrutturale». Imprese attendiste? «Alcune sono scoraggiate dai tassi di interesse troppo alti; altre sono pessimiste sulla possibilità di ottenere un prestito».
NON E’ UNA QUESTIONE DI DIMENSIONI, MA DI EDUCAZIONE FINANZIARIA
E’ una questione di dimensioni? Sì e no. Rossella Locatelli, professoressa di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università degli Studi

dell'Insubria, ne fa una questione di educazione finanziaria: «Ciò che manca alle Pmi è spesso la capacità di strutturarsi. E per farlo, devono essere consapevoli di ciò che sono». Se il credito manca, soprattutto alle imprese più piccole così come evidenziato da un’analisi del Centro Studi Imprese Territorio, «non sempre è colpa delle banche, ma di una conoscenza limitata della materia finanziaria da parte delle aziende che, se continuano a focalizzarsi sui flussi di cassa, o sui flussi a breve, senza perseguire un equilibrio a lungo termine della propria struttura finanziaria si troveranno sempre in difficoltà». Insomma, l’educazione finanziaria trascina con sé il tema di un’organizzazione aziendale complessiva: le Pmi diventano interlocutori interessanti per le banche se danno prova di governare anche la loro situazione finanziaria e non solo il business.
E in provincia di Varese, la ripresa del credito non si è vista: «Si tratta di un territorio che da sempre presenta chiaroscuri strutturali, il rallentamento dell’attività industriale c’è, ed è a macchia di leopardo, non interessa più interi settori, ma singole imprese».
LA RISCOPERTA DELLA FILIERA CORTA DEL CREDITO
Nel frattempo l’aggregazione, che interessa sempre più da vicino anche il mondo bancario, sta minando la prossimità. Ed è per questo che quelle imprese prima clienti di due, o tre, istituti di credito ormai aggregati fra loro, ora riscoprono le banche del territorio: l’interlocutore locale. A sottolinearlo è ancora una volta Giudici: «Se da un lato i grandi poli bancari rischiano di perdere il rapporto diretto con l’imprenditore, dall’altro il credito cooperativo guadagna spazi perché ha la capacità di raccogliere a livello locale quelle informazioni “soft” che sfuggono alle grandi banche e che consentono di valutare correttamente la solvibilità, e la qualità, del management di un’impresa familiare in una logica relazionale».
Infatti, nel 2025, e ancora nei dodici mesi a marzo 2026, le Pmi hanno subito una riduzione dei finanziamenti di un -4,3%: la filiera corta del credito si è logorata. È possibile invertire questa tendenza? «Lo si può fare, ma non ora: le incertezze internazionali pesano ancora troppo sulla gestione imprenditoriale».
IL CREDITO DI RELAZIONE: QUELLO CHE I DATI NON DICONO

Secondo l’esperienza del professore, ci sono bancari che ad una richiesta di credito vorrebbero dire “sì”, ma l’algoritmo glielo impedisce. Il mondo è sempre più piccolo, ma ci si conosce sempre meno: un’impresa varesina chiede un prestito alla sua banca, ma a decidere della concessione è la casa madre che, a volte, è lontanissima dalla sede dell’azienda. La distanza non aiuta, anzi: «Mette in crisi il credito di relazione, costruito tra banca e impresa con interazioni frequenti e multiple che portano in superficie informazioni che non si trovano nei bilanci. E che, proprio per questo, sono ancora più preziose per l’erogazione del credito», prosegue il professore.
PMI E NUOVE STRATEGIE: DAL PASSAGGIO GENERAZIONALE AL MANAGER
Che riflette su quanto la sopravvivenza delle imprese dipenda anche dalla loro capacità di cambiare strategia: «È un processo naturale: ci sono aziende che presentano ottimi fondamentali di bilancio, hanno approfittato degli ultimi anni, positivi, per ridurre il debito, le banche sono ben disposte nei loro confronti, ma non necessitano di credito. Poi, ci sono imprese con uno scoring non elevato, ma che si trovano in difficoltà. Anche decotte, perché lavorano in settori che non hanno più prospettive di crescita».
Concentriamoci su queste: «L’unica possibilità di sopravvivenza è cambiare strategia: affidarsi ad un ricambio generazionale che le rifocalizzi affidandosi anche a canali di finanza alternativa (sapendo che non risultano sempre convenienti rispetto al credito bancario), a portali che hanno tempi di risposta molto più brevi rispetto a quelli delle banche (penso a quelli per la cessione delle fatture), a investitori non di derivazione bancaria, o a manager reclutati dall’esterno. Tema cruciale, ma ancora delicato, per le Pmi che tendono sempre a fare leva solo sul management familiare».
Infine, ci sono altre due strade che interessano, però, solo le Pmi più strutturate: ricorrere al capitale di rischio e attrarre l’attenzione del private equity; quotarsi in Borsa. «Per molte Pmi la Borsa sembra una prospettiva lontana e irraggiungibile, ma non è così: per chi ha un fatturato di dieci o venti milioni di euro, e vuole raccogliere capitale per crescere interfacciandosi seriamente con investitori istituzionali, il posto c’è».
FINANZA ALTERNATIVA VS BANCHE: LE DOMANDE GIUSTE PER LE PMI
La professoressa Locatelli chiede alle imprese di «porre particolare attenzione nella valutazione delle opportunità di finanziamento offerte dal

mercato alternative al credito tradizionale, perché ci si può imbattere in attività poco regolate che possono causare seri problemi. Inoltre, per ricorrere a strumenti di mercato bisogna essere consapevoli che il mercato è severo: se da un lato propone strumenti flessibili e stimolanti, dall’altro discrimina anch’esso, così come le banche, tra chi è un buon debitore e chi non lo è». Ecco perché le imprese dovrebbero porsi alcune domande: il nostro interlocutore è affidabile? Lo strumento che abbiamo scelto è il più adatto alle nostre necessità?
DALLA SOSTENIBILITA’ FINANZIARIA A QUELLA AMBIENTALE: COME CAMBIA IL RATING
Ma nel mondo delle imprese c’è una partita storica che si continua a giocare: il rating. Rossella Locatelli non ha dubbi: «Il rating incide sulladisponibilità di credito, e da questo punto di vista le banche sono, tra l’altro, sempre più pressate dagli Organi di Vigilanza ad utilizzare strumenti di valutazione del rischio di credito che tengano conto dei rischi fisici e legati alla E di Esg. Quindi, non solo sostenibilità finanziaria ma, anche, ambientale: se un’azienda ha uno stabilimento, o un magazzino, vicino ad un fiume a rischio esondazione potrebbe subire l’interruzione di più giorni del ciclo produttivo, e questo è un rischio che, al momento, almeno le grandi banche prezzano».
Il rating va a scapito delle Pmi? «Probabilmente no. Ci sono imprese attente e caute che hanno buoni rating. A soffrire, invece, sono quelle più disorganizzate, meno attente o meno pronte». Davide Ielmini