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Credito alle Pmi, cinque mosse per superare il problema alla radice

Credito alle Pmi, cinque mosse per superare il problema alla radice

Perché per le Pmi l’accesso al credito è una corsa ad ostacoli?
E’ vero che le imprese italiane sono troppo bancocentriche?
La finanza alternativa è sopravvalutata?

Dopo Giancarlo Giudici (Politecnico di Milano), Rossella Locatelli (Università degli Studi dell’Insubria) e Luca Erzegovesi (Università di Trento), ora ad entrare nel merito di un tema sempre più attuale è Marco Bigelli, professore di Finanza aziendale all’Università di Bologna. Che partendo dall’analisi del Centro Studi Imprese Territorio “La ripresa che le piccole imprese non vedono”, si concentra sugli strumenti che potrebbero aiutare le Pmi a superare le difficoltà di accesso al credito. Non tanto la finanza alternativa, quanto un vero e proprio “cambio di infrastruttura” che le imprese possono realizzare seguendo alcune linee guida.

Continuità generazionale Pmi

Professore, da cosa è causato il problema dell’accesso al credito delle Pmi? Molti parlano di debolezza strutturale.
Un Libro Bianco, presentato il 30 giugno 2026 alla Università Sapienza di Roma, e promosso da Federcasse e Unioncamere, mostra che lo stock di credito alle micro e piccole imprese (sotto 20 addetti) è sceso da 171 miliardi nel 2011 a circa 107 miliardi nel 2024. Un calo che indica quanto il fenomeno non sia congiunturale, ma una tendenza strutturale decennale.

Quali i motivi? 
Prima di tutto, la debolezza patrimoniale endemica delle Pmi italiane. Che, storicamente, sono sottocapitalizzate. Poi, la minore qualità e tempestività dei dati finanziari: spesso manca un budget pluriennale ormai indispensabile per il credito bancario e poi, c’è il minore rating in media. Quindi, maggiori requisiti patrimoniali per le banche e maggiore costo del credito concesso.
Il minore rating è dovuto alla minore patrimonializzazione, alla minore dimensione, ad una conseguente maggiore vulnerabilità e alla maggiore opacità delle imprese dovuta alla commistione, a volte, con le finanze della famiglia controllante. Ma c’è dell’altro.

Cosa?
I costi di istruttoria del fido pesano percentualmente di più sui piccoli prestiti, poi c’è l’assenza di garanzia da parte delle imprese e la diminuzione del cosiddetto relationship banking. Con il formarsi di grandi banche, i prestiti si basano sempre meno su relazioni locali e conoscenza dell’impresa, con decisioni prese nelle sedi centrali.

I dati del Centro Studi Imprese e Territorio mostrano che una parte del calo del credito deriva da meno domanda, per via dell’autofinanziamento. Credit crunch, o scelta razionale delle imprese? 
Le imprese che vanno bene possono contare sull’autofinanziamento e fare a meno del credito bancario, soprattutto se hanno ridotto gli investimenti in un momento macroeconomico e geopolitico molto incerto come lo è quello attuale. Non tutte, però, rientrano in questo contesto: rimane il problema strutturale di fondo. 

E’ possibile invertire questa tendenza?
Forse sì, ma non con un solo intervento. Probabilmente, servirebbero tre cose in parallelo: riforma dei Confidi già avviata con la legge 34/2026 (che

Credito bancario confidi

punta a maggiore aggregazione e stabilità del comparto); miglioramento strutturale della qualità informativa delle Pmi (bilanci, dati gestionali); un rafforzamento del ruolo del Fondo Centrale di Garanzia,

In territori dove il credito non cresce, come Varese, è più probabile che manchi l’offerta o che manchino progetti in cui valga la pena investire?
Purtroppo, non dispongo di un punto di osservazione mirato su Varese. Ad ogni modo, nel Nord la debolezza recente della domanda di credito d'investimento ha riguardato soprattutto le imprese edili, mentre nel resto del Paese ha pesato di più il rallentamento degli investimenti in generale.

Se il credito bancario non è la soluzione, cosa dovrebbero usare le Pmi italiane: il proprio capitale, le aggregazioni o cos’altro?
Forse dovrebbero puntare su diverse linee di azione: le aggregazioni e reti d'impresa aumentano la scala, quindi il potere negoziale con le banche e la possibilità di accedere a strumenti della cosiddetta finanza innovativa, come i minibond in forma consorziata.
L’autofinanziamento è già la prima leva che usano le imprese, ma richiede margini che molte micro-realtà non hanno. L’alternativa è quella di fare maggiore affidamento al capitale proprio.
Poi, i Confidi rafforzati: se la riforma in corso li renderà più patrimonializzati ed efficienti, resteranno lo strumento più adatto alle aziende di piccola dimensione.
Infine, la Finanza alternativa. Che, però, può essere attivata solo sopra una certa soglia dimensionale.

Fintech

La finanza alternativa è sopravvalutata?
É valida nel principio, ma con un problema di scala che la rende oggi poco rilevante per la piccola impresa: i costi fissi di strutturazione sono troppo alti rispetto ai volumi. È uno strumento per la fascia mid-cap perché minibond, direct lending, private debt, equity crowdfunding sono sì efficaci ma hanno costi fissi di strutturazione (due diligence, rating, advisory legale/finanziario) che li rendono economicamente sensati solo sopra una certa soglia dimensionale — tipicamente Pmi già "mid-cap" - con fatturati di qualche decina di milioni.

Si cerca una soluzione, ma sembra sia difficile trovarla: canali alternativi al credito, maggiore trasparenza e uso dei dati, investire in competenze Cfo…Le imprese più piccole non se lo possono permettere: cosa possono fare?
Probabilmente, la soluzione non sta in un singolo strumento, o intervento, ma in un cambio di infrastruttura: dati migliori, aggregazione di servizi, garanzie di sistema. La piccola impresa, da sola, non può risolvere il problema. Ecco perché bisognerebbe lavorare su alcune direttrici.

Quali?
Almeno cinque:

Aggregazione della funzione finanziaria: i consorzi, le reti d'impresa o le stesse associazioni di categoria (Confartigianato in primis) potrebbero offrire servizi di "Cfo condiviso", o temporary management finanziario, a costi sostenibili.

Ruolo dei Confidi: restano uno strumento sottovalutato nel dibattito, ma strutturalmente adatto a colmare il gap di garanzie. Soprattutto, se rafforzati patrimonialmente e digitalizzati nei processi.

Digitalizzazione della reportistica gestionale: gli strumenti di controllo di gestione semplificati e a basso costo (spesso via software cloud) permettono di produrre dati infrannuali attendibili, aumentando la "leggibilità" dell'impresa senza bisogno di un Cfo interno.

Educazione finanziaria imprenditoriale: non retorica, ma capacità concreta di dialogare con la banca. Capire cosa guarda un analista di credito, presentarsi con un piano industriale minimo, anticipare le richieste documentali.

Filiera e garanzie di sistema: laddove la piccola impresa lavora in filiera con un cliente/committente solido, meccanismi di garanzia o cessione del credito legati alla filiera stessa possono ridurre il rischio percepito dalla banca meglio di quanto potrebbe fare l'impresa da sola.

Davide Ielmini