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Dalle relazioni agli algoritmi: chi ha ucciso il credito di territorio?

Dalle relazioni agli algoritmi: chi ha ucciso il credito di territorio?

Dopo Giancarlo Giudici del Politecnico di Milano, e Rosella Locatelli dell’Università degli Studi dell’Insubria (QUI l’intervista), ora è Luca Erzegovesi a commentare l’analisi del Centro Studi Imprese Territorio dal titolo “La ripresa che le piccole imprese non vedono”: nei dodici mesi del 2026 i finanziamenti si sono ridotti del 4,3%.

Il professore, che insegna Finanza aziendale all’Università di Trento dove coordina anche un Laboratorio di pianificazione finanziaria, descrive nel dettaglio i tanti cambiamenti intervenuti nel mondo del credito. E sottolinea come l’eccesso di regolamentazione bancaria rischi di affondare quelle “idee e scelte di valore” che possono invece ridare slancio ai territori con “banche piccole per piccole imprese”.

Lei critica la retorica del credito per tutti: perché?
Ne parlai nel 2022 in un intervento che riguardava l’utilizzo del Fondo centrale di garanzia. Al centro ponevo una questione: non tanto l’accesso al credito per tutti (una scelta di valore e un fine al quale tendere), quanto il fatto che molte Pmi non avrebbero avuto accesso al credito senza una garanzia pubblica del fondo centrale. Insegno da quarant’anni, e in tutto questo tempo le cose sono cambiate: una volta, le banche erano guidate da un principio imprescindibile, cioè dare credito ai buoni clienti radicati nel territorio in cui la filiale aveva la sua sede. Ora, il passato è lontano. E lo vediamo proprio grazie ai trenta casi di piccole e medie imprese che, ogni anno, vengono analizzati dal Laboratorio dell’Università di Trento.

Torniamo al presente: cosa è cambiato?
Le crisi finanziarie si sono succedute, è arrivata la regolamentazione di Basilea, si sono affermati alcuni modelli di business bancari, siamo passati ad una situazione paradossale in cui il credito alle piccole imprese è diventato l’ultimo prodotto nella lista delle preferenze perché assorbe troppo capitale, richiede troppo lavoro, porta nella pancia delle banche troppi rischi, non si riesce - o non si riusciva - a farselo pagare a sufficienza. In quella mia riflessione c’era un moto di nostalgia per quei tempi in cui era normale ci fosse una certa facilità di accesso al credito. Questo senza nulla togliere al Fondo centrale di garanzia. Uno strumento che, soprattutto durante la pandemia, ha dato una chance a molte imprese perché pensato e progettato, basta leggere i documenti degli economisti di Banca d'Italia sul tema, per essere uno strumento universale. In quel momento era fondamentale fornire energie vitali a tutte quelle imprese che erano al di sopra di una certa soglia di fragilità finanziaria. Da quel punto di vista era benvenuto.

Lei tocca un nervo scoperto: e se non ci fosse stato il Fondo Centrale di Garanzia o altre garanzie pubbliche?
Questi strumenti hanno costruito una serie di nicchie di mercato, e reti di intermediari, che facilitano l'accesso al credito. Le stesse banche si sono organizzate, perché le garanzie pubbliche sono palesemente convenienti: risparmiano il 60-80% dell'assorbimento di capitale, perché la garanzia ha un prezzo politico. E questo, per la banca, genera valore. Per l'impresa non sempre, perché ci sono dei costi di distribuzione che recuperano parte di quel valore creato a spese della finanza pubblica. Nell’era Covid, il Fondo Centrale di Garanzia ha avuto la funzione vitale di distribuire una massa di liquidità alle imprese in maniera generalizzata. Usato principalmente come una forma di mutuo, di finanziamento a medio e lungo termine, ha tamponato l’emergenza con efficacia.

Foto Pmi

Cosa è cambiato nel mercato del credito?
Al giorno d’oggi c’è un problema strutturale di ruolo delle reti distributive delle banche: i modelli di business devono garantire, prima di tutto, un buon rendimento agli azionisti. Di conseguenza, gli istituti di credito spingono quei prodotti che consentono di generare margini senza assorbire capitale. Lo vediamo sui bilanci delle Pmi analizzate dal nostro Laboratorio di pianificazione finanziaria: come dice il Centro Studi Imprese Territorio, le linee di credito si sono ridotte di molto perché le imprese si concentrano sul mantenimento di giacenze di cassa, che senza dubbio servono, ma che di fatto hanno preso il posto delle forme classiche di finanziamento per l’elasticità di cassa, o del circolante, gli scoperti di conto corrente o l’anticipo salvo buonfine. Tutti questi prodotti sono diventati meno diffusi perché, per le banche, non sono più sufficientemente remunerativi rispetto al capitale assorbito e al lavoro di supporto alla clientela.

E’ solo una questione di convenienza?
E’ anche una questione di competenze all’interno delle filiali bancarie: se le politiche distributive puntano a spingere prodotti, per i privati, di tipo assicurativo, gestione del risparmio, carte di pagamento servono figure professionali diverse rispetto a quelle che in passato presidiavano i fidi alle piccole imprese. Oggi, il processo del credito si è fortemente automatizzato, quindi si svolge sì un’attività di contatto con il cliente e avvio della pratica, ma poi la valutazione del merito creditizio si delega agli algoritmi o alle strutture centrali della banca.

I Consorzi Fidi continuano ad avere un ruolo nel confronto delle piccole imprese?
Negli ultimi anni, i consorzi Fidi hanno subito la concorrenza del Fondo centrale di garanzia perché la banca otteneva direttamente la garanzia statale senza che ci fosse come veicolo il Confidi, che quando interviene aggiunge la propria garanzia. Però, i Confidi rispondono ancora oggi ad un’esigenza viva, se non accentuata. Certo, devono fare i conti con un quadro normativo che è stato modificato più volte: il cantiere delle riforme sempre aperto punta però a dare più spazio di manovra a questi soggetti. In questo quadro ci sono realtà significative, si assiste all’uscita dal mercato di operatori minori e allo spostamento su attività diverse dalla garanzia tradizionale (come la concessione di prestiti diretti), o altre con un maggiore contenuto di servizio.

Un quadro in evoluzione?
Si è sempre alla ricerca di strategie nuove anche per quelle aziende che, elettivamente, sono socie dei Confidi. Quelle, per intenderci, che senza il

Credito

consorzio faticherebbero ad avere accesso al credito bancario. Il mercato si è rarefatto, è più difficile da raggiungere e si trovano condizioni di prezzo, e di servizi, più onerose rispetto al passato. Ad essere stata colpita è anche la formula di tipo solidaristico del credito cooperativo, che si concentrava sull’applicazione di un rating che non fosse troppo discriminante o selettivo, anzi. Le imprese più solide pagavano un tasso più alto rispetto a quello calibrato sul rischio, mentre quelle meno strutturate beneficiavano di un tasso più basso. Adesso, l’azienda meno solida non gode più di quel sussidio incrociato e paga uno spread di mercato: è cambiato tutto.

Le piccole imprese a volte sono fragili e sottocapitalizzate, ma se dimostrano alla banca di avere progetti, clienti, commesse e di poter investire perché fanno così fatica ad ottenere credito?

E’ una domanda che mi faccio spesso, ma bisogna considerare il fatto che, oggi, bisogna convivere con due filtri. Il primo: le informazioni che la piccola impresa è in grado di trasmettere alla banca. Secondo: il processo del credito che si innesca dopo che la banca riceve la richiesta e decide di elaborarla.

Ce li spiega?
In molti casi, le imprese non producono una reportistica finanziaria. In Italia ci sono circa tre milioni e mezzo di imprese individuali, società di persone, di piccole dimensioni e microimprese che non sono tenute a depositare il bilancio in Camera di Commercio al Registro Imprese. In questo caso, per valutarle, serve un estratto della contabilità gestionale (a volte in semplificata) perché manca la parte patrimoniale (il primo input informativo di un algoritmo di credit scoring). Quindi, servono informazioni dirette, interrogazioni dei servizi di informazione creditizia come Crif e Cerved, dichiarazione dei redditi, dichiarazione Iva: insomma, fonti collaterali. Ciò che serve veramente, però, è aprire uno spazio nuovo di dialogo.

Si ritorna ancora al passato?
Negli anni Sessanta, l’imprenditore andava dal direttore di banca e gli raccontava la sua idea di impresa. Il direttore guardava se quella era una persona con la faccia onesta e laboriosa, leggeva i dati che c’erano (era formato per farlo), si informava sulla piazza e poi decideva. Certo, lo scenario economico era completamente diverso: le opportunità non mancavano ed era più facile entrare nei mercati.
Ora, questa valutazione delle caratteristiche morali della persona è messa in secondo piano dall’algoritmo: a passare alla valutazione deve essere l’informativa digitale dell’impresa. Nel mondo globalizzato di oggi, accertare la fiducia di una persona è molto difficile perché è affidata a meccanismi che potrebbero premiare una persona non esemplare dal punto di vista morale.
Poco tempo fa si è tenuta una mostra su Amedeo Giannini, fondatore della Bank of America. Era una persona che parlava con le persone, che costruiva relazioni fondate sulla stima, che valorizzava una proposta o un progetto di impresa sana, che usava i canali diretti della comunicazione interpersonale. Insomma, non demandava la codifica agli algoritmi.
 

CREDITO BANCHE

Lei insiste sulle idee di valore: bisogna ripartire dai territori?
Bisogna colmare quel vuoto originato dalle offerte dei grandi gruppi bancari e far nascere, dal basso, soggetti legati alle comunità territoriali, come le piccole banche di quartiere citate da Rajan nel libro “Il terzo pilastro”. Sono idee di valore legate a scelte di valore. Proprio oggi, nell’epoca della sostenibilità e della responsabilità, è importante rilanciare quei modelli fatti per servire bisogni attualmente scoperti. Stile: “Vi ascoltiamo e facciamo il possibile per darvi una mano!”.

Le faccio una provocazione sull'onda di questa sua riflessione: oggi anche le banche si stanno aggregando in grossi gruppi e alcune imprese tentano di fare lo stesso per fare massa critica. Lei va in controtendenza: piccole banche per piccole imprese?
Per esempio, le banche in forma cooperativa, piccole popolari o Bcc. O anche quelle banche private che non si muovono all’interno della grande tradizione del credito cooperativo europeo. Certo, la tendenza all’aggregazione da parte dei gruppi bancari è dominante per diversi motivi non facili da analizzare in poco tempo e tutti insieme.

Ci proviamo?
La regolamentazione internazionale che impone a tutti di seguire le stesse regole del gioco, gli organismi di vigilanza (non solo Banca d’Italia ma anche Banca centrale europea), la normativa sempre più complicata e un mercato dove agisce l’automazione, la digitalizzazione, la concorrenza di nuovi operatori fintech. Che non sono banche ma società di servizi digitali. Poi, l’incognita della concorrenza internazionale con le acquisizioni di banche su banche. Ecco, questa crescita dimensionale, vista anche come tentativo di formare campioni nazionali o europei nel mondo del credito, è un’onda di marea che spinge nella direzione dell’aggregazione e che non sposa la ragione dalla quale siamo partiti: dare credito alle imprese più piccole. L’aggregazione non è il terreno più fertile per chi ha un’idea e vuole rivolgersi a quella platea di imprese trascurate da anni. I piccoli attori locali potranno avere la capacità di ascoltarle. E’ una speranza.

Tutta questa regolamentazione non rende le banche un po' troppo rigide?
La regolamentazione bancaria ha trasformato quello che in passato era una scelta strategica, o gestionale, in un problema di conformità alle norme. Ha introdotto formalismi e complessità ma l’effetto più preoccupante, secondo me, è il fatto che ha tolto un ruolo creativo e propositivo proprio alle persone che lavorano negli istituti di credito a contatto con le imprese.
Tutte le scelte, anche buone, che può fare una banca vengono quantificate in capitale assorbito, spread, perdite attese e perdite inattese. Alla fine, è possibile che quelle scelte prese anche sull’onda dell’intuizione vengano frenate perché condannate dai numeri. E si ritorna al paradosso.

Quale?
E’ “l’effetto regole amorali”: sembra che esista un principio di valore per cui la priorità data alle leggi possa garantire anche una vivacità morale del comportamento delle persone all’interno di qualsiasi organizzazione. Questo, però, non è assolutamente vero. Esiste ancora una sfera intima di espressione libera che porta a scelte di valore nelle quali si gioca la vera moralità. Ma quando la sovrastruttura normativa prende il sopravvento, quella che è un’espressione nativa e sincera si trasforma in una sorta di gioco di ruolo nel quale si imbrigliano la spinta al fare, al costruire il bene comune, al rispondere ai bisogni anche in modo innovativo.
Le centinaia di pagine di regole scritte e continuamente modificate non sono il manifesto dei valori da proclamare, ma solo un’impalcatura che si è costruita per garantire una certa stabilità al sistema. Da un lato è corretto, ma dall’altro si corre il rischio che tutto questo si trasformi in fine: si decide cosa si può fare, o non fare, mettendo al primo posto la normativa.

Le banche più piccole, quelle locali, potrebbero ritrovare il giusto spazio?
Lo spazio c’è: piccoli ma con una scala adeguata attraverso forme organizzative, o piattaforme tecnologiche. Punti di distribuzione del credito locale, per quanto riguarda le banche, e punti di consulenza alle imprese per quanto riguarda le associazioni di categoria. Che, appoggiando le loro competenze su piattaforme altamente tecnologiche, possono essere in grado di gestire in maniera ancora più efficiente i servizi per accedere al credito. Consulenze che possono aiutare le imprese a pilotare la loro cassa e a capire se sono esposte, o quanto possono essere vulnerabili, ai cambiamenti dei mercati.

Aspetto consulenziale che può aiutare le imprese più piccole a prepararsi sul tema finanziario: è questo che manca?
E’ un tema di competenze che l'impresa ha e non ha e, sotto un certo punto di vista, riguarda anche la formazione che diamo nella scuola superiore e

Continuità generazionale Pmi

nell'università. Il Laboratorio nato all’interno dell’Università di Trento ha, come obiettivo specifico, quello di fornire alle imprese una cassetta degli attrezzi per fare analisi di bilancio, bilanci previsionali, budget di cassa. Insomma, poter estrarre dai dati il massimo delle informazioni perché i dati, nelle aziende, ci sono: contabilità generale e analitica, bilanci, pre-consuntivi con la possibilità di analizzare la struttura dei costi. Con la consulenza, tutto questo si rafforza. Le leve da usare sono due: da un lato la formazione e, dall’altro, la messa a disposizione di piattaforme informatiche con le quali espandere i sistemi gestionali che si usano per tenere la contabilità, o la fiscalità, e raggruppare le informazioni per capire se ci sono dei vuoti da colmare.

Un lavoro che richiede risorse
Il lavoro di raccolta e di pulitura delle informazioni è particolarmente dispendioso, per questo non lo può fare chiunque. Da qui l’esigenza di rendere le consulenze sempre più accessibili di fronte a imprese che sono già sommerse da obblighi normativi e burocratici. Sotto questo punto di vista, l’Intelligenza Artificiale può aiutare.

Come?
Trasforma i dati grezzi in informazioni consumabili da un modello di analisi finanziaria e può anche automatizzare molti passaggi del lavoro dei consulenti. Pensiamo ai tanti vantaggi che si potrebbero ottenere integrando la IA con i sistemi informativi delle associazioni di categoria: il fattore di scala diventa potente anche per le imprese con meno di cinque dipendenti e centinaia di migliaia di euro di fatturato. Le Big Tech americane stanno investendo tantissimo in questi strumenti, ma è bene che qualche rivolo di questi sforzi arrivi anche alle “periferie”.  Davide Ielmini