
Dal 2021 al 2024, la popolazione italiana è scesa dello 0,3%: 150mila unità in meno. Quella francese, invece, è aumentata dello 0,8% (536mila unità) e in Spagna si registra addirittura un +3,1%: 1 milione e 520mila unità in più. Ai dati di Confartigianato abbiniamo quelli di Banca d’Italia per raccontare un fenomeno che interessa anche i Paesi asiatici, in particolare la Cina, e l’America Latina.
Il peso della curva demografica fa oscillare tutte le altre curve: quella della partecipazione al mercato del lavoro (su giovani e donne l’attenzione è sempre più alta), della produttività, della demografia e del welfare. Pensioni e sanità accendono altri campanelli d’allarme.
Una ricetta universale non esiste e le imprese lo sanno bene. Da anni, infatti, sono costrette ad un tour de force occupazionale di cui, però, non si taglia quasi mai il traguardo: si scalpita per occupare, ma i pretendenti al posto sono sempre meno. Soprattutto fra le nuove generazioni.
Cosa accade all’economia italiana?
Solo se depuriamo dalla crescita il fattore demografico, le distanze tra il nostro Paese e i motori dell’economia europea si riducono: tra il 2024 e il 2027, il Pil per abitante aumenta del 2,1% contro una media europea del +3,6%. Facciamo meglio della Francia (+1,8%), ma non della Germania (+2,6%) e della Spagna (+4%).
Cosa si può fare per evitare una natalità sempre più in affanno?
SAREMO SEMPRE MENO
Si fanno sempre meno figli, i babyboomer invecchiano e se ne andranno in pensione, si vive più a lungo: nel 2050, il numero di chi oggi ha un’età compresa tra i 15 e i 64 anni sarà inferiore ai 30 milioni di unità, un milione in meno di quanto non fosse nel 1950. E per ogni dieci persone in età da lavoro vi saranno otto bambini e anziani, rispetto agli attuali sei.
I PUNTI CRITICI DELLA CRESCITA AL RIBASSO
L’effetto trascinamento è assicurato: se in Italia le nascite diminuiscono, la manodopera immigrata svolge una funzione di tampone sociale; se la vita si allunga, ci saranno sempre meno giovani nelle aziende e le frizioni sul welfare aumenteranno. In tutto questo, come potrà aumentare la produttività del nostro Paese? Punto per punto, entriamo nel merito di un problema che annoda fra loro tanti fili di una stessa, grande, matassa:
Le nascite

Tutto gira intorno al tasso di fecondità, che nel 2024 ha raggiunto il minimo storico di 1,18 figli per donna: accade in Italia. Le possibili soluzioni al problema devono fondarsi su un dato reale: dalla metà degli anni Ottanta, nelle economie avanzate il tasso di fecondità è più alto dove è più elevata la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Vedremo poi.
Cosa serve - Rafforzare i servizi educativi per la prima infanzia, che facilitano la partecipazione al mercato del lavoro dei genitori e hanno effetti positivi sui rendimenti scolastici dei bambini.
I flussi migratori
Ogni volta che si parla di flussi migratori, le imprese alzano le antenne. Un’inchiesta di Confartigianato Imprese Territorio, risalente a pochi anni fa,

aveva mappato il fenomeno - QUI - in anticipo sui tempi: nelle officine, il numero dei lavoratori stranieri era in aumento. Non è un mistero che la loro presenza sia fondamentale per colmare i vuoti creati nel mercato del lavoro dal declino degli italiani. Soprattutto, quelli giovani.
Nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 10,5% dell’occupazione totale, ma raggiungevano il 15,1% tra gli operai e gli artigiani e il 30,1% tra il personale non qualificato. Erano il 16,9% nelle costruzioni e il 20% in agricoltura. Dal 2024 al 2050, l’immigrazione complessiva conterà 5 milioni di persone.
Cosa serve – Politiche a garanzia dei flussi migratori regolari per mettere d’accordo le necessità delle imprese e l’integrazione completa per chi arriva nel Paese; una formazione linguistica; il riconoscimento delle qualifiche professionali ottenute all’estero.
La partecipazione al mercato del lavoro
Gli altri Paesi dell’Unione europea superano l’Italia senza alcuna fatica: nel 2024, il tasso di partecipazione degli italiani era al 66,6%, 9 punti percentuali inferiori alla media europea. Il divario maggiore lo si registra tra le donne e i giovani: tra le prime, nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, era attivo il 57,6% (- 13 punti percentuali rispetto alla media Ue). Gli ostacoli? Escluse le studentesse, per più della metà di queste donne i carichi di cura familiari bloccano l’entrata nel mondo del lavoro.
La mancanza di politiche che incoraggiano la partecipazione delle donne al lavoro colpisce anche i giovani: quelli italiani lasciano la famiglia ad un’età media di 30 anni contro i 26,4 della Ue.
Cosa serve – Promuovere un’equa distribuzione dei compiti domestici, e di cura, incentivando il congedo parentale dei padri; coinvolgere tutte le donne, anche quelle che hanno avuto figli in passato e sono attualmente non occupate; incentivi mirati alle imprese; specifiche forme di politiche attive (programmi di formazione e assistenza nella ricerca di lavoro).
L’allungamento della vita lavorativa
Partiamo dalle riforme pensionistiche introdotte dagli anni Novanta e dal miglioramento delle condizioni di salute: nel 2012 si andava in pensione ad un’età media di 62,1 anni, aumentata a 64 nel 2023. Nel 2024, la speranza di vita a 65 anni era di 21,2 anni. Chi potrebbe vivere più a lungo? Chi svolge lavori a medio-alto contenuto cognitivo, perché la produttività si riduce più lentamente con l’età e non è legata alla forza fisica. In Italia, però, numerose sono le occupazioni ad alta intensità manuale.
La partecipazione dei giovani

I giovani: se ne parla sempre più spesso, perché il futuro è nelle loro mani. Però, la loro entrata nel mercato del lavoro è vincolata ad alcuni fattori: dall’Università si esce a quasi ventisei anni, ma in Italia solo l’8,7% degli studenti tra i 15 e i 29 anni lavora o cerca un lavoro durante gli studi. Nel 2023, la media europea era del 28,6%.
Più si allunga il tempo dello studio e meno forza lavoro entra nel mercato: in questi ultimi vent’anni, il tasso di attività nella fascia 15-34 anni è sceso di quasi il 10%.
Cosa serve – Adottare politiche che coinvolgano l’ampio numero di giovani che non lavorano né partecipano a corsi di studio o formazione. E’ il 15,2% nella fascia tra i 15 e i 29 anni.
La produttività del lavoro
Preso atto del fatto che la vita lavorativa si allunga, e che il progresso tecnologico avanza, il capitale umano è da considerare un investimento. Anche in questo caso, l’equazione è frutto del buonsenso: le carriere si fanno più lunghe e le nuove tecnologie, per non parlare di quelle che già ci sono, diventeranno obsolete.
Formare e riqualificare sono i due poli entro i quali si devono muovere le imprese per fare fronte al deterioramento delle competenze e per averne di nuove in grado di affrontare le transizioni digitale e green. L’Italia arranca.
Demografia e welfare
Secondo le più recenti proiezioni dell’Ageing Report, il totale delle erogazioni per pensioni, sanità, assistenza a lungo termine e istruzione passerebbe da circa il 27% del prodotto nel 2022-24 a oltre il 28% nella seconda metà del 2030. Nel 2070, è possibile si scenda al 25%.