Le filiere corte come risposta strutturale all'instabilità
Il dibattito organizzato da Confartigianato Varese ha analizzato come la prossimità territoriale stia diventando un fattore competitivo decisivo per le imprese manifatturiere

La collaborazione territoriale tra imprese non è più una scelta difensiva ma sta diventando una strategia industriale strutturata. È quanto emerso mercoledì 10 dicembre 2025 durante il dibattito "Filiere corte, imprese forti" organizzato da Confartigianato Imprese Varese nella sede di Gallarate, dove imprenditori e analisti hanno discusso di come le turbolenze degli ultimi anni stiano ridisegnando le catene di approvvigionamento.
Mauro Colombo, direttore generale di Confartigianato Imprese Varese, ha inquadrato subito il tema oltre la semplice dimensione geografica. «La filiera corta non è riconducibile soltanto alla prossimità territoriale, ma tocca la collaborazione e la reciprocità su progetti e iniziative in comune», ha spiegato. Servono aziende prossime nella relazione, nella condivisione e nel passaggio generazionale di competenze. Il Varesotto e il nord Italia, secondo Colombo, hanno un vantaggio strutturale: possedendo eccellenze in diversi settori fortemente intrecciati uno con l'altro, favoriscono naturalmente queste relazioni e condivisioni, anche nella gestione dei clienti, rendendo questo territorio resistente nonostante le crisi che hanno colpito vari comparti.
I fattori chiave identificati da Colombo sono prossimità integrata, densità relazionale e adattività strutturale. Ma con una condizione fondamentale: non erigere barriere tra imprese pensando che il vicino di capannone possa diventare un concorrente, ma aprirsi all'esterno e, insieme, cercare di essere sempre un passo avanti rispetto a quanto accadrà domani. Un approccio che richiede un cambio di mentalità significativo, passando dalla competizione cieca alla competizione collaborativa.
LA NASCITA DEL RESPONSABILE DI FILIERA
Antonio Belloni, responsabile del Centro Studi Imprese Territorio, ha portato evidenze concrete di questa trasformazione. «Nelle imprese si sta creando la nuova figura del responsabile di filiera, un'evoluzione tra chi si occupava degli acquisti e dell'export», ha rivelato. È una figura che mappa e diversifica i fornitori, intercetta i flussi interni, analizza cosa si vende guardando al presente ma soprattutto con uno sguardo al futuro.
Questa nuova professionalità rappresenta un segnale importante: le imprese non stanno semplicemente tornando a modelli del passato, ma stanno sviluppando competenze specifiche per gestire la complessità delle filiere territoriali. Il responsabile di filiera è chiamato a bilanciare prossimità e diversificazione, costi e affidabilità, velocità di risposta e qualità dei prodotti.
La speranza, secondo Belloni, è che queste forme inedite di collaborazione tra imprese possano portare, un domani, all'aggregazione. «Per la prima volta avere un nemico fuori, come i continui shock internazionali, sta portando le imprese a fare sistema in maniera propositiva», ha osservato. Non più collaborazioni occasionali o difensive, ma strategie strutturate di condivisione di risorse, competenze e mercati.
IL SUICIDIO DELLE FILIERE LUNGHE
Massimiliano Serati, dean della Liuc Business School, ha fornito la cornice storica ed economica del fenomeno. «Negli anni Novanta il mondo era estremamente stabile e le imprese potevano costruirsi poco per volta», ha spiegato. Quella stabilità aveva spinto le aziende a creare filiere molto lunghe e diffuse, basate sulla ricerca, ovunque nel mondo, del fornitore che costava meno. Un modello che funzionava perfettamente in un contesto di mercati prevedibili, tassi di cambio relativamente stabili e assenza di shock sistemici.
«Oggi invece ci sono turbolenze continue e scommettere la sopravvivenza della propria azienda su un fornitore del genere è l'anticamera del suicidio», ha affermato Serati senza giri di parole.Si sta evidenziando sempre più una frammentazione tra produzioni di gamma alta e di base, e il territorio lombardo deve puntare sulla propria unicità, qualità, affidabilità e varietà, senza cercare di competere solo sul prezzo finale.
«Non ha senso cercare il fornitore a un miliardo di chilometri per risparmiare una frazione, senza la garanzia che dia la qualità richiesta», ha concluso il dean della Liuc Business School. Il costo aggiuntivo rispetto al fornitore del sud-est asiatico viene compensato, nel lungo periodo, dalla costruzione di un ecosistema che protegge dalle crisi e garantisce continuità operativa. Un calcolo economico che ribalta la logica dominante degli ultimi trent'anni: il risparmio immediato sui costi di approvvigionamento può trasformarsi in perdite molto più pesanti quando la catena si interrompe per eventi esterni.
FORMAZIONE E CERTEZZA NORMATIVA
Paolo Rolandi, presidente di Confartigianato Imprese Varese, ha chiuso l'incontro tracciando le coordinate operative per il futuro. «Le tre parole chiave sono concorrenza, collaborazione e contaminazione», ha dichiarato, sintetizzando la complessità del nuovo scenario competitivo in una formula che tiene insieme elementi apparentemente contraddittori.
Sul fronte della formazione, Rolandi ha sottolineato la necessità di creare stage credibili nelle aziende e di aprire le imprese alle famiglie, raccontando come le realtà produttive del territorio possano offrire ai giovani prospettive di crescita professionale. Un punto cruciale, considerato che la carenza di competenze tecniche rappresenta oggi uno dei principali ostacoli alla crescita delle imprese manifatturiere, anche quando i mercati ci sono e gli ordini arrivano.
Alla politica, Rolandi ha rivolto richieste precise e concrete: infrastrutture digitali e strutturali, e almeno l'impegno a non creare ostacoli con la burocrazia. «Per l'economia la cosa peggiore è creare incertezza e portare gli imprenditori ad aspettare», ha affermato con forza. Le imprese vogliono puntare sul proprio territorio per cercare di conquistare mercati esterni col proprio saper fare, magari creando anche un marchio del territorio che certifichi e valorizzi l'eccellenza produttiva locale. Un'identità territoriale che diventa strumento di marketing e garanzia di qualità sui mercati internazionali.
LA TESTIMONIANZA DEGLI IMPRENDITORI
Le testimonianze video degli imprenditori varesini proiettate durante l'incontro hanno confermato gli elementi analitici emersi dal dibattito. Avere un fornitore vicino significa poter rispondere a ordini sempre più veloci, ma anche ricevere servizi che vanno oltre il semplice prodotto richiesto. Il rapporto umano che si crea porta ad aiutarsi reciprocamente, nello scambio o nel prestito di strumenti costosi, nel supporto durante i passaggi generazionali. Un capitale relazionale che nei bilanci non compare ma che nei momenti difficili può fare la differenza tra chiudere e resistere.
Quello che emerge dai racconti degli imprenditori è una logica di reciprocità strutturata: oggi aiuto te, domani tu aiuti me. Una rete di sicurezza informale ma efficace, costruita nel tempo attraverso relazioni continuative e verificate. Perché, come ha sintetizzato uno degli imprenditori intervistati, il lavoro non si lascia mai, e quando arriva un'urgenza o un problema tecnico complesso, sapere di poter contare su qualcuno a pochi chilometri di distanza cambia completamente le prospettive operative.
UN MODELLO CHE NON NEGA LA GLOBALIZZAZIONE

La manifattura a chilometro zero non è sempre possibile su tutto il processo produttivo, questo è chiaro. Ma può dare solidità, sicurezza e qualità in un mondo sempre più turbolento. Il modello che si sta delineando nel territorio varesino e più in generale nel nord Italia non nega l'apertura internazionale, ma la costruisce su basi più solide: prima si consolida l'ecosistema locale, creando reti di fiducia e collaborazione strutturate, poi si proietta questa forza collettiva sui mercati globali.
Le filiere corte rappresentano una risposta evoluta e consapevole alle fragilità evidenziate dalla globalizzazione spinta degli ultimi decenni. Combinano i vantaggi della specializzazione territoriale con la necessità di resilienza che gli shock continui hanno reso imprescindibile. Non si tratta di autarchia o di chiusura protezionistica, ma di una strategia industriale che riconosce il valore della prossimità come fattore produttivo, al pari della tecnologia o del capitale umano.
Il dibattito organizzato da Confartigianato Varese ha mostrato come questa trasformazione non sia più teoria ma prassi operativa per un numero crescente di imprese. La nascita di figure professionali dedicate alla gestione della filiera, gli investimenti in relazioni territoriali stabili, la disponibilità a pagare un premium price per avere affidabilità e velocità di risposta sono tutti segnali di un cambio di paradigma in corso. Un cambio che le prossime turbolenze internazionali – e ce ne saranno – potranno solo accelerare. Nicola Antonello