Materie prime critiche: filiere corte e riciclo contro la potenza cinese
Varese dipende da litio, cobalto e terre rare che non controlla. Le sue piccole imprese non hanno le spalle abbastanza forti per fare scorte. La risposta è nelle filiere corte, nel riciclo e nei capi filiera che aggregano
Le materie prime che mancano sono già dentro le nostre imprese. Province come Varese, con filiere aerospaziali, meccaniche e metallurgiche strutturate attorno a piccole e micro imprese, sono tra le più esposte alla crisi di approvvigionamento di litio, cobalto, terre rare e nichel che l'Europa non è più in grado di produrre autonomamente. Il problema non è legato al futuro: si traduce già oggi nei costi, nei margini compressi e nella fragilità di chi non ha dimensione sufficiente per fare scorte o diversificare i fornitori. Le risposte esistono — filiere corte, economia circolare, riciclo, coordinamento da parte dei capi filiera — ma presuppongono una consapevolezza del problema che nel tessuto delle Pmi italiane è ancora largamente assente.
Nel 1984 l'Europa contribuiva al 25,1% della produzione mineraria mondiale. Nel 2023 quella quota era scesa al 5,4%, superata non solo dall'Asia — che nello stesso periodo è passata dal 38,8% al 62,3% — ma anche dall'Oceania (dal 2,7% al 6,4%) e dall'America Latina (5,6%). Non si tratta di una tendenza naturale legata all'esaurimento delle riserve geologiche europee, quanto dell'esito di scelte politiche e regolatorie precise: iter autorizzativi che durano fino a quattro anni, valutazioni di impatto ambientale che aggiungono altri 27 mesi, una spesa per l'esplorazione mineraria che dal 2010 non ha mai superato il 3% del totale mondiale. Dalla scoperta di un giacimento alla messa in produzione, in Europa trascorrono in media 16 anni. Il risultato è che il continente ha progressivamente ceduto capacità estrattiva senza costruire in parallelo autonomia nella raffinazione e strumenti efficaci di diversificazione degli approvvigionamenti.
In questo vuoto si è mossa la Cina con una strategia che non ha lasciato molto all'improvvisazione. Oggi Pechino controlla l'87,8% della raffinazione mondiale delle terre rare, il 77% di quella del cobalto, il 69,2% del litio, il 69,5% del manganese. Una posizione costruita non solo attraverso lo sviluppo delle miniere nazionali, ma con acquisizioni sistematiche di società estrattive africane e latinoamericane a partire dal 2016. L'Ue, nello stesso arco di tempo, ha visto la propria quota di controllo estrattivo sul cobalto scendere dal 35% al 4% — cifra che peraltro include partecipazioni formalmente europee ma riconducibili a interessi russi attraverso holding cipriote. Il controllo effettivo dell'Ue sulle materie prime critiche è quindi ancora più esiguo di quanto i dati aggregati suggeriscano.
Tutto questo è documentato nel report Materie prime critiche e impatto sulle imprese italiane pubblicato dall'Area Studi Mediobanca nel marzo 2026, il primo studio che quantifica sistematicamente l'esposizione del sistema produttivo italiano a questa dipendenza strutturale. Un tema che nella collana Quadrante avevamo già affrontato analizzando il peso del sistema manifatturiero locale e le sue catene di fornitura: il numero dedicato è disponibile (https://www.impreseterritorio.org/static/upload/il-/il-peso-del-sistema-n-2.pdf)
Il report stima che le attività estrattive e manifatturiere italiane assorbano 11,3 miliardi di euro di importazioni di materie prime critiche e strategiche, input che alimentano 17 filiere e 43 settori per un fatturato complessivo di 489 miliardi — il 58% del totale manifatturiero ed estrattivo nazionale — e un valore aggiunto di 134 miliardi. Estendendo l'analisi a commercio e servizi, le imprese italiane esposte alle materie prime critiche superano le 254mila unità, per circa 1.070 miliardi di fatturato e 215 miliardi di valore aggiunto, pari al 35% di quello dell'intera industria italiana.
Il dato che trae in inganno è quello sull'incidenza: le importazioni di materie prime critiche valgono in media il 3,2% dei costi d'acquisto. Una quota contenuta, che però misura il costo e non il peso reale. Come osserva esplicitamente Mediobanca, la rilevanza di questi input non si misura in termini di onerosità ma di essenzialità e di difficile sostituibilità all'interno delle filiere produttive. Una fonderia che non riesce ad approvvigionarsi di nichel non riduce il margine: si ferma. È la differenza tra un costo variabile e un vincolo di produzione.
Il report individua i settori manifatturieri italiani con la maggiore dipendenza dalle materie prime critiche misurata come incidenza delle importazioni sui costi d'acquisto: produzione di metalli non ferrosi (23,9%), fabbricazione di cablaggi (16,2%), siderurgia (9,2%), componenti elettronici e schede elettroniche (9%), fabbricazione di aeromobili e veicoli spaziali (8,6%). Sono le filiere che strutturano il tessuto produttivo varesino in modo diretto e pervasivo: la filiera elicotteristica di Samarate e Cascina Costa con l'intera catena di subfornitori nella meccanica di precisione, le lavorazioni metalliche distribuite tra l'alto milanese e la Valceresio, la componentistica elettronica. Terre rare e cobalto entrano nei magneti permanenti dei motori e nei sistemi avionici; il nichel nelle leghe speciali lavorate dalle officine conto terzi; il rame nella fabbricazione di cablaggi che serve trasversalmente automotive, aerospazio ed energia.
Il nesso non è solo settoriale ma tecnologico. Mediobanca rileva che le imprese che si approvvigionano di materie prime critiche operano per il 52% del fatturato nell'alta e medio-alta tecnologia, contro il 35% della media manifatturiera. Varese, con la sua specializzazione in meccanica di precisione, aerospazio e automazione, è sovrarappresentata esattamente in quel segmento.
IL PROBLEMA È LA DIMENSIONE
Su 77.274 imprese italiane attive nei settori coinvolti, solo 2.162 — il 2,8% del totale — superano i 50 milioni di fatturato. Il 97,2% sono piccole e micro imprese. Mediobanca ne descrive la condizione con precisione: debolezza contrattuale strutturale nella negoziazione delle forniture, impossibilità pratica di costruire scorte preventive, e minore redditività rispetto alla media. Le imprese dei dieci settori più esposti alle materie prime critiche segnano un ebitda margin dell'8%, contro il 10,9% della media manifatturiera, e realizzano il 71% del proprio fatturato nel segmento della medio-bassa e bassa tecnologia. Le imprese più dipendenti sono quindi anche quelle con minore capacità di assorbire uno shock di fornitura, sia finanziariamente che organizzativamente.
È il profilo della manifattura varesina diffusa: imprese con eccellenze tecniche consolidate, spesso inserite in filiere di rango elevato, ma con strutture finanziarie e organizzative che non consentono di gestire autonomamente la complessità geopolitica degli approvvigionamenti.
TRE STRADE PRATICABILI
1. La prima è il riciclo, che nel caso delle materie prime critiche non è una risposta ambientalista ma una razionalità industriale. Il report segnala tuttavia un paradosso normativo rilevante: i target europei sul riciclo fissati dal Regolamento sulle materie prime critiche sono formulati in termini di quantità aggregate di rifiuti trattati, senza distinguere tra materiali specifici. Il risultato è che le imprese che effettuano il riciclo non sono incentivate a recuperare le materie prime critiche più difficili da estrarre — proprio quelle di maggiore valore strategico. A questo si aggiungono carenze infrastrutturali che spingono all'esportazione dei rifiuti, con perdita del materiale e impossibilità di raggiungere economie di scala sufficienti a rendere il materiale riciclato competitivo rispetto a quello vergine. È un vuoto di policy che genera al tempo stesso un problema e un'opportunità imprenditoriale.
2. La seconda risposta è la costruzione di riserve strategiche condivise a livello di distretto o di filiera, resa economicamente praticabile da una caratteristica delle materie prime critiche che viene raramente citata nel dibattito pubblico: i loro costi di stoccaggio sono tra lo 0,5% e il 2% del valore della merce immagazzinata, contro il 5-20% dei combustibili fossili. Una singola Pmi non ha né la liquidità né lo spazio per accumulare scorte strategiche di litio o terre rare. Un consorzio di filiera, o un'associazione di categoria con funzione di aggregazione, potrebbe farlo in modo efficiente. È una logica che nella collana Quadrante abbiamo già esplorato in relazione all'integrazione del sistema manifatturiero varesino: il ragionamento è sviluppato (https://www.impreseterritorio.org/static/upload/il-/il-peso-del-sistema-n-2.pdf) nel numero dedicato al peso del sistema.
3. La terza risposta è organizzativa e chiama in causa i capi filiera. Mediobanca lo scrive esplicitamente: le imprese con fatturato superiore ai 50 milioni — che nel campione analizzato sono appena il 2,8% del totale — «potrebbero svolgere una funzione di coordinamento della filiera in tema di approvvigionamento di materie prime critiche e strategiche, al fine di alleviare la debolezza contrattuale che colpisce gli operatori di taglia minore». In un territorio come Varese, dove le Pmi sono strutturalmente integrate in filiere con capofiliera di grandi dimensioni, questa funzione di coordinamento non è solo possibile: è nell'interesse di tutti. Una filiera che si interrompe per l'impossibilità di un subfornitorino di dieci persone di reperire un componente critico è un problema che risale lungo tutta la catena del valore, fino al capocommessa. Sara Bartolini
Fonte: Area Studi Mediobanca, Materie prime critiche e impatto sulle imprese italiane, marzo 2026.
L’atmosfera e l’algoritmo
Aggiornato a febbraio 2026
Intelligenza artificiale, sistemi cognitivi di filiera e sovranità economica nei distretti manifatturieri
Il dibattito sull'intelligenza artificiale è costruito su un modello economico implicito — l'economia delle grandi corporation americane — che non corrisponde alla struttura produttiva della manifattura europea. Atmosfera e algoritmo parte da questa premessa per proporre un'analisi specifica delle filiere corte come sistemi cognitivi articolati in tre strati: la conoscenza tecnica specializzata, già in larga misura codificabile dalle piattaforme Ia; la conoscenza relazionale — chi sa fare cosa, con quale affidabilità effettiva — che marketplace come Xometry e Alibaba stanno acquisendo attraverso l'accumulo sistematico di dati transazionali; e la conoscenza generativa, quella capacità di produrre innovazione incrementale attraverso la ricombinazione non pianificata di competenze che dipende dalla fiducia interpersonale e dalla serendipità, e che nessun algoritmo sa ancora replicare.
Il rischio strutturale che la ricerca nomina con precisione non è la sostituzione del lavoro: è l'estrazione del valore cognitivo. Le piattaforme non distruggono la filiera, la svuotano. Le imprese restano fisicamente nel territorio ma perdono la sovranità sul processo produttivo. Il paradosso è che le imprese alimentano questo meccanismo volontariamente: ogni software gestionale adottato trasferisce conoscenza alla piattaforma senza che l'imprenditore ne sia consapevole. Non serve sapere cos'è un Llm per essere esposti alla codificazione del proprio sapere.
Tre gli scenari possibili: dissoluzione, ibridazione asimmetrica — il più probabile nel medio termine — e potenziamento deliberato, perseguibile solo con infrastrutture cognitive condivise, sovranità sui dati industriali e governance collettiva territoriale dell'Ia. La scelta tra queste traiettorie non è tecnica. È politica.
