Tassonomia e credito alle imprese. La sostenibilità diventa anche economica

L’Ue ha avviato da un paio d’anni un processo verso la definizione di principi più standardizzati in grado di misurare la sostenibilità, chiamato “Tassonomia europea” a cui le imprese, se vogliono stare al passo con i cambiamenti, dovranno necessariamente adattarsi

Tassonomia

Una delle potenzialità della sostenibilità in azienda riguarda l’attrazione della cosiddetta finanza sostenibile. Se infatti le Pmi italiane sono sempre più protagoniste dei percorsi di sviluppo sostenibile, avviando forti investimenti in campo ambientale e sociale, a fronte di tale attivismo si può ampiamente migliorare il lato relativo alla capacità di scalare posizioni nei rating e, di conseguenza, essere più attrattive agli occhi degli investitori. In questo contesto, le spinte crescenti verso una maggiore sostenibilità, avanzate da istituti di credito e clienti industriali, aprono nuove opportunità di accesso ai capitali e di business, introducendo allo stesso tempo nuove sfide metodologiche oltre che culturali.

Come spiega Lucia Visconti Parisio, coordinatrice scientifica dell’Osservatorio O-Fire dell’università degli studi Milano Bicocca, nato nel 2021 e appunto dedicato alla finanza sostenibile, l’Ue ha avviato da un paio d’anni un processo verso la definizione di principi più standardizzati in grado di misurare la sostenibilità, chiamato “Tassonomia europea” a cui le imprese, se vogliono stare al passo con questi cambiamenti, dovranno necessariamente adattarsi. E quindi, a loro volta, avviare un percorso di consapevolezza, di azioni e un continuo monitoraggio interno sui progressi verso gli obiettivi di sostenibilità, anche per accedere, per esempio, ai miliardi di fondi, pubblici e privati, destinati alla de carbonizzazione.

ARBITRARIETA’ DEI RATING

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«Prima della pandemia – dice la professoressa Lucia Visconti Parisio - la misurazione della sostenibilità, i dati raccolti e i rating delle compagnie specializzate erano compiuti in maniera rigorosa, ma un po’ arbitraria tanto che, da un nostro studio sul rating disagreement, alcune aziende erano valutate bene da talune società di rating e meno bene da altre. Il problema e la conseguenza di questa variabilità si può intuire mettendosi dal punto di vista degli investitori. Se esistono criteri e classifiche così diversi, viene meno la fiducia e vi è la possibilità di avere fenomeni di greenwashing con certe società che possono approfittarne, presentando un’immagine di sé migliore di quella che è veramente, nascondendo la polvere sotto il tappeto».

VERSO L’OMOGENEITÀ

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Ora l’Unione Europea sta provando a mettere ordine, definendo dei criteri e, quindi, tentando di mettere a punto un rating più omogeneo. In tal senso, un'attività economica per essere definita "ambientalmente sostenibile" dovrà soddisfare in maniera significativa ad almeno uno dei sei obiettivi ambientali individuati dalla Commissione Europea:

  1. Mitigazione dei cambiamenti climatici;
  2. Adattamento ai cambiamenti climatici;
  3. Uso sostenibile e protezione delle acque e delle risorse marine;
  4. Transizione a un’economia circolare, prevenzione e riciclaggio dei rifiuti;
  5. Prevenzione e controllo dell’inquinamento;
  6. Protezione degli ecosistemi sani.

IL RUOLO DELLE PMI

A cascata le imprese dovranno investire sul reporting, ovvero sulle modalità con cui riporteranno i dati e i risultati conseguiti sulla sostenibilità. Non solo ambientale, ma anche sociale e di governance, toccando quindi temi come la trasparenza e la correttezza del processo di gestione interna, l’organizzazione, i metodi decisionali, ma anche la parità di genere, l’inclusione delle minoranze e le politiche del personale. Insomma, se non è una rivoluzione, poco ci manca.

I MILIARDI DELLA DECARBONIZZAZIONE

Sarà un percorso lungo, ma da intraprendere attraverso un cambio di passo nella consapevolezza e nel monitoraggio interno. Il rischio? È di perdere, il treno di decine e decine di miliardi di fondi, pubblici e privati che riguardano, per esempio, la sola decarbonizzazione. Fondi che, chiaramente, gli investitori elargiranno sulla base della fiducia nei report e nei rating, chiudendo così il cerchio che obbligherà anche le Pmi a conoscere, affrontare e convivere con la tassonomia europea. Nicola Antonello