Alessandro, l'artista delle decorazioni: «Ho divorato il mestiere, ora raccolgo quel che ho seminato»

Alessandro, l'artista delle decorazioni: «Ho divorato il mestiere, ora raccolgo quel che ho seminato»

Monaco Alessandro

imbiancaturemonaco@gmail.com

«Il mio mestiere? L’imbianchino». Alessandro Monaco, 36 anni, varesino con l’impresa in via Cattaneo, nel capoluogo, un passato da lavoratore in Svizzera e un presente da imprenditore, mette una buona dose di umiltà nel raccontare ciò che è diventato con un lavoro che Leopardi definirebbe “matto e disperatissimo”, iniziato alla fine della scuola e da allora mai interrotto.

Eppure l’umiltà - «uno dei miei ingredienti più importanti» - non può esimerci dal raccontare i dodici anni di evoluzione di Alessandro, che ha imparato il mestiere e l’ha plasmato su sé stesso, diventando a tutti gli effetti un “creatore di decorazioni” che sono pezzetti di opere d’arte domestica. L’evoluzione è maturata con un obiettivo: distinguersi. Perché sul mercato si può anche essere in tanti, ma è fondamentale essere diversi.

«E la differenza la facciamo noi come persone, la fa il servizio e la fa il prodotto. Per ciò non provo invidia per i colleghi: ciascuno ha un’identità, ed è quella che il cliente sceglie». Non è infatti più solo il prezzo la variabile determinante in una decisione d’acquisto. Ci sono la personalità, l’affidabilità, la convinzione, la determinazione, la consapevolezza di saper fare qualcosa che altri, probabilmente, non saprebbero fare allo stesso modo. C’è la personalità. Alessandro lo ha capito quando, a scuole finite, è andato a lavorare con gli zii e, subito dopo, da un elettricista. Un mestiere nel quale non s’è identificato ma che ha portato acqua al mulino delle competenze.

«Chi vuole farsi strada, divora tutto quello che può. Devi mangiare le conoscenze e farle tue, reinterpretarle» racconta Monaco, che dopo l’esperienza con i fili, ha imboccato la strada di Lugano, entrando in una sorta di “gioielleria dell’imbiancatura”. Un’azienda di una sessantina di dipendenti con un mantra impresso nel Dna: qualità, dettagli, professionalità. «E’ lì che ho capito che quella cosa mi faceva stare bene, che quel modo di lavorare sarebbe stato il mio».

Sono anni duri, si parte alle 4.30 da casa e si rientra alle 19. Alessandro affianca il veterano dell’azienda, uno tutto lavoro e niente parole. Il burbero che ti guarda dentro e che alla fine trova in questo ragazzo italiano l’erede del suo lavoro: «E’ con lui che ho iniziato interventi di altissimo livello, come i restauri nelle chiese, e che ho imparato a posare la carta da parati, attività che oggi è il mio core business».

Cinque anni così fanno curriculum ma arriva il momento di ripassare il confine: «Mollo e torno in Italia. E neanche un giorno dopo il licenziamento mi ritrovo già in un’altra azienda». Altro giro, altra esperienza. Ma è l’ultimo in aziende altrui. «Nel pieno della crisi, contro tutto e contro tutti, decido di aprire una partita Iva e di iniziare un’avventura imprenditoriale». «Il primo lavoro è stato realizzare la facciata di un edificio tutto da solo, nel mese di dicembre, sotto la neve e con un freddo che ricordo ancora oggi. Ma nessuno ti regala niente». Alessandro Monaco quella facciata la fa, e la fa pure bene.

Al contempo si mette a cercare i clienti, incontrandoli, parlandoci, mostrando la faccia che sta dietro all’impresa. «Costanza e credibilità, precisione e volontà: questo serve per fare un imprenditore. Più ce ne metti, più raccogli i frutti. E io, dopo una grandissima semina, ora li sto raccogliendo». Una semina che neppure il Covid è riuscito a interrompere perché, dopo le prime quattro settimane di stop della primavera 2020, il lavoro non s’è mai fermato.

«Certo in 12 anni non tutto è andato sempre nel modo giusto, ho preso anche delle belle cartellate, sono rimasto scoperto per somme ingenti e ho faticato. Ma una cosa non ho mai smesso di farla: pagare i fornitori. Perché loro sono i nostri “soci”, ci permettono avere il margine che serve in cantiere e ci aiutano nei momenti di difficoltà. E per me è stato così». Parola d’ordine: mai spezzare la catena della fiducia e mai venir meno alle proprie ambizioni, anche quando sembrano difficili da realizzare. «C’è modo e modo di svolgere ciascun mestiere. Io ho scelto il mio rispondendo a una domanda: in cosa ti rispecchi di più, in una Fiat da mille euro o in una Ferrari da cento? Io mi rispecchio nella Ferrari e ho scelto di muovermi per diventarlo». Chi ben lavora, si sa, nel mercato trova mercato: «Il passaparola è la mia forza ma, con il tempo, ho accostato alle referenze dirette dei clienti anche un’attività di promozione sui social. Lì pubblico ciò che faccio e ciò che sono, non mento. Sono un imbianchino, faccio quello ma lo faccio a modo mio». La Ferrari, appunto: non serve vedere il cavallino, basta il suono del motore.