Dalle cravatte per i big del lusso al brand Paolo Albizzati: con Alby il Made in Malnate fa il giro del mondo

Dalle cravatte per i big del lusso al brand Paolo Albizzati: con Alby il Made in Malnate fa il giro del mondo

Alby Srl

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Ha lavorato con Giorgio Armani nei momenti in cui stava affermando la sua eleganza nel mondo della moda. Ha prodotto per Versace; dava del tu a Gianfranco Ferré e si è congedato dai suoi clienti, Hugo Boss compreso, con quell’eleganza che fa di Paolo Albizzati un imprenditore atipico.

LA STRATEGIA: COLLEZIONI UNICHE, E-COMMERCE E SARTORIE AL TOP

Paolo Albizzati cravattificio

Imprenditore a capo di un cravattificio, l’Alby Srl, che nell’ultimo anno e mezzo ha sofferto sì la crisi – come buona parte del settore tessile – ma che ha anche reagito con una strategia che è fatta di collezioni uniche al mondo perché inimitabili; collaborazioni con le sartorie (una cinquantina) che danno valore al “su misura” (i prodotti sono personalizzabili); un sito di e-commerce nato cinque anni fa e in continua crescita. Perché la pandemia ha messo il blocco al mondo e le ultime fiere alle quali ha partecipato l’Alby si contano sulle dita di una mano: Pitti Immagine a Firenze, Mrket Show a New York, fiera di Shangai.

CONTROCORRENTE: DAL 2015 SI AFFERMA IL BRAND “PAOLO ALBIZZATI”

Determinato ma sereno, vigile ma calmo, prima conto terzista e poi sui mercati di tutto il mondo con una lungimiranza che spiazza, dal 2015 Paolo Albizzati decide di vendere solo accessori per l’abbigliamento maschile (cravatte, fasce da smoking, pochette, bandane, papillon) con il proprio brand. Nome e cognome su manufatti d’alta scuola che danno lustro alla grande tradizione del Made in Italy: Europa, Stati Uniti d’America, Cina, Giappone e Corea. I clienti asiatici ne vanno matti: «Imponiamo il nostro stile – ci dice l’imprenditore – perché è l’unica arma che abbiamo per tenere testa alla concorrenza». Lo incontriamo al sopraggiungere di una telefonata che ci fa balzare direttamente nella frenesia della quotidianità: ad Amsterdam, in Olanda, sono attesi per la prossima settimana papillon e cravatte per una cerimonia di nozze. Il tessuto verde oliva tarda ad arrivare e gli sposi sollecitano: è una corsa contro il tempo. Le chiamate non si contano; ci si organizza: è la dura legge di chi fa impresa con il cuore.

LA FAMIGLIA IN AZIENDA: UNA SQUADRA VINCENTE

Paolo Albizzati cravattificio

Per questo imprenditore di Malnate il motore vero della sua avventura è la passione. Contagiosa, perché nessuno ne è indenne: a partire dalle collaboratrici interne ed esterne (queste con partita Iva) all’azienda. Donne dalle mani d’oro, perché qui le lavorazioni più delicate e che fanno la differenza non si affidano alle macchine. Tutti per uno nel nome di un marchio che ha lasciato il segno anche in Nord America grazie al figlio Fabio e a sua moglie Tatiana: il primo, laureato in Scienze Politiche, cura i rapporti con clienti e fornitori mentre la seconda, con una laurea in Diritto Internazionale, parla cinque lingue ed è la stilista/designer dell’azienda. Ma in azienda c’è un’altra dottoressa, Emanuela figlia di Paolo: laurea in Lettere, segue contabilità e amministrazione. Una squadra vincente che ti trascina nello stesso momento in cui entri nel regno della creatività: «Mettiamo le cravatte a tutti», ci dice Emanuela.

CONTRO LA DELOCALIZZAZIONE, LA FORZA DEI TERRITORI

E’ lei a sottolineare il coraggio di suo padre: «Creare un proprio brand non è stato facile perché abbiamo dovuto rinunciare a tutta quella fetta di lavoro che proveniva da alcuni fra i più grandi stilisti del mondo: Kenzo, Louis Vuitton, Dior e Missoni compresi. Però, mentre altri delocalizzavano nel Sud Italia, nella ex Jugoslavia e poi in Asia, noi abbiamo deciso di scommettere sul territorio: ci affidiamo solo a tessiture del comasco (dalle quali esce anche la Grenadine, tela lavorata su telai particolari) e di Biella, per la lana». Per questa famiglia, il vero mantra è quello del cambiamento.

IL “CANTINARO” CHE PORTA FORTUNA AI GIAPPONESI

Lo sa bene Paolo Albizzati, che a quattordici anni inizia a lavorare in tessiture specializzate in cravatteria e poi, seguendo i corsi serali, si diploma Perito Tessile. A Milano, in un grosso cravattificio e poi in altri tre, si fa le ossa e impara. La spola tra Malnate e Milano dura alcune decine di anni, poi gli imprevisti del destino convincono Paolo al “cambio vita”: un telaio in cantina (lui, ancora oggi, si definisce “cantinaro”) grazie ad un “debito ingente” e dopo cinque anni l’acquisto del capannone dove si lavora ancora oggi. In tutto questo tempo, una sola preoccupazione: quella di rispettare la data di consegna. Sui tempi, come sulle cravatte, non c’è mai stata una sbavatura. Attento a tutte le esigenze dei clienti – in otto giorni il prodotto è pronto per essere spedito – Albizzati ha acquistato tempo fa un metal detector per il mercato giapponese: JLoro non vogliono spilli, perché pungersi porta sfortuna».

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