
L’epidemia ha chiuso in casa gli italiani e molte imprese si sono riorganizzate “rivedendo la propria realtà interna e gestendo il cambiamento da remoto”, dice la ricercatrice senior dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, Alessandra Gangai. Uno strumento, il lavoro smart, che ha dato fiducia ad un’Italia dove da anni si parla di potenziare la digitalizzazione e dove ci si è accorti che a casa si può lavorare bene, con maggiore concentrazione e ottimi risultati. Lo smart working – che in Inghilterra e Olanda prende il nome di flexible working ed è un diritto del lavoratore che ormai ha acquisito una certa esperienza – è utilizzato in molti Paesi europei anche senza alcuna regolamentazione. Come accade in Danimarca e Belgio.
Anche se non esiste una ricetta vera e propria per questo strumento, i dati dell’ateneo elaborati nel 2019 dicono che anche tra le piccole e medie imprese la diffusione dello strumento è aumentata: “I progetti strutturati sono passati dall’8% del 2018 al 12% dello scorso anno, e quelli informali dal 16% al 18%. Ciò che preoccupa è la percentuale di imprese disinteressate al tema, che crescono dal 38% al 51%”. I dati rivelano le ragioni della scelta: molte imprese raggiunte dal Politecnico lavorano nel settore manifatturiero e nel commercio, dove la presenza fisica in loco è fondamentale.
Cosa differenzia lo smart working dal lavoro agile?
Sono sinonimi, o quasi. Lo smart working è una filosofia manageriale e presuppone la definizione di un progetto con il quale ripensare il modello organizzativo imprenditoriale, riorganizzare gli ambienti aziendali con spazi ideali per svolgere attività lavorative differenti (lavori da desk, riunioni, colloqui, luoghi silenziosi dove potersi concentrare o sale attrezzate tecnologicamente per le call conference), instaurare un nuovo modo di vivere il lavoro e dare la possibilità, ai dipendenti, di scegliere dove e come lavorare a fronte di una maggiore responsabilizzazione nei confronti dei risultati da ottenere. Il lavoratore può alternare il lavoro da casa con quello in azienda in base ad un accordo con il titolare. Nello smart working, l’importante è passare da un’ottica di controllo ad un’ottica di delega ripensando le attività sull’asse efficienza-efficacia. Per realizzarlo, tutti i vertici dell’azienda devono essere a bordo. Anche perché ai responsabili – manager e quadri – si chiede uno sforzo maggiore di pianificazione e coordinamento. Il lavoro agile, invece, dà un peso maggiore al lavoro da remoto.
Il telelavoro è completamente diverso?
Richiede un vero e proprio contratto tra le parti e, di fatto, richiede uno spostamento della postazione di lavoro dalla sede dell’impresa alla propria casa. Senza dubbio ha certe rigidità.
Lo smart working nelle Pmi?
Le piccole e medie imprese hanno un approccio più informale a questo strumento perché in queste realtà c’è una minore complessità organizzativa. Diciamo che ci si auto organizza: tutto viene gestito in modo naturale e l’allineamento tra titolare e dipendente avviene da subito. Ricordiamoci, poi, che lo smart working può anche essere una valida alternativa al part time. L’emergenza causata dal Covid 19 ha portato ancor più in superfice il ruolo delle donne e le loro responsabilità nel gestire le complessità di famiglia e lavoro. Questa è la principale ragione per cui è difficile avere donne imprenditrici, o donne che arrivano ai vertici delle organizzazioni: spesso sono costrette a scegliere tra famiglia e carriera. Lo smart working, invece, aiuta a definire i tempi e gli spazi da dedicare a figli, marito e genitori anziani e agli obiettivi dell’azienda.
Quali i reali vantaggi dello smart working?
Innanzitutto, di fronte ad un progetto di smart working il dipendente è più autonomo, più responsabilizzato e – secondo i dati del Politecnico – la sua produttività può aumentare del 15%. Questo non vuol dire che le persone lavorano di più in termini di tempo, ma che sono più concentrate. Inoltre, si riduce il tasso di assenteismo (il permesso per malattia dei figli si azzera), permessi medici non se ne chiedono più, si assiste ad una riduzione del turn over: le persone si sentono più motivate e ingaggiate. C’è un ritorno in fatto di soddisfazione e motivazione. Sul fronte aziendale, lo smart working è un pre requisito che rende l’impresa più attrattiva nei confronti dei nuovi talenti e delle nuove risorse che si stanno cercando.
Gli svantaggi del lavoro da distanza?
In questo caso parliamo di full remote working, che funziona per qualche mese. Superata una certa soglia, il dipendente rischia di perdere l’appartenenza all’organizzazione, si sente isolato, la produttività potrebbe calare, si avverte la necessità del gioco di squadra e di rientrare fisicamente nella propria organizzazione. Ciò che bisogna evitare è la work intensification: una persona che lavora da casa sente di dover essere sempre disponibile, si mette in gioco con ritmi e tempi elevati e poi va in burn out. Ci vuole autodisciplina, perché il lavoratore deve dettare i tempi del lavoro ma anche del relax. Nella legge sul lavoro agile un punto forte è proprio il diritto alla disconnessione.
Per quanto riguarda i costi?
Sono soprattutto legati all’adeguamento tecnologico, perché bisogna rivedere i processi aziendali per digitalizzarli meglio e dotare i dipendenti di dispositivi tecnologici adeguati. Da un lato bisogna avere una grande attenzione alla privacy, ma dall’altro lato il lavoratore deve avere grande cura del Pc e degli altri device aziendali. Comunque, nello smart working alcuni fra i costi che incidono maggiormente sono quelli legati alla riprogettazione degli spazi e alla formazione.