Il super stipendio non basta più. L'impresa funziona se ha obiettivi condivisi e comuni

Il super stipendio non basta più. L'impresa funziona se ha obiettivi condivisi e comuni
Item clima aziendale

Nonostante le difficoltà di ogni tipo che attanagliano le aziende (bollette, difficoltà a volte nel trovare personale qualificato, burocrazia, concorrenza), quest’epoca sembra davvero la più bella dal punto di vista dei rapporti umani tra dipendenti e “imprenditori”. Non è soltanto bonomia, s’intende, ma uno dei modi per far funzionare al massimo la produzione.

I collaboratori validi vanno valorizzati e soprattutto ascoltati, perché anche dai loro consigli può dipendere il futuro. Questo è il concetto base dell’ultimo item a marchio Confartigianato Imprese e Territorio: “Obiettivi e motivazione: come costruire il clima giusto in azienda” è il titolo”. “Un ambiente senza obiettivi comuni chiari e condivisi espone le persone a dover difendere la propria posizione con le unghie e con i denti creando un clima aziendale non favorevole” è la sinossi. Tre ospiti, vere autorità riconosciute sul tema: Enrico Zanieri – Project manager e Linkedin Top Voice 2022; Davide D’Ambrogio – Career&Executive Coach – Consulente Hr – LinkedIn Top Voice 2022 e Antonio Belloni - Coordinatore Centro Studi Imprese Territorio.

NO ALLA LEGGE DELLA GIUNGLA
Item clima aziendale

Una diretta che nasce da un contributo su Linkedin di uno dei tre ospiti: «La giornata di ieri mi ha dimostrato che senza obiettivi comuni chiari e condivisi si espongono le persone a dover difendere la propria posizione con le unghie e con i denti». Insomma, si rischia “la legge della giunga”, che vuol dire creare dissapori insanabili che non giovano a nessuno. «Se si parla di 'clima aziendale’ – esordisce sinteticamente Zanieri – mi viene in mente il caldo e freddo, e il concetto ci sta alla grande perché fa la differenza su come ti senti, in questo caso all'interno di questa stanza e in modo più ampio, negli spazi lavorativi». Un illuminato come Adriano Olivetti ci era già arrivato oltre mezzo secolo fa, e infatti viene preso come esempio e definito “illuminato”. «Il senso di appartenenza – ha poi proseguito – influisce nella performance, perché la gente lavora meglio quando sente che il proprio valore è riconosciuto. L’imprenditore deve dare il “La” a tutto questo. Sempre parlando per proverbi: 'il pesce puzza dalla testa', si suol dire, ma la testa può anche decidere quale profumo va messo nella stanza”.

Tre parole chiave: impegno, affetto e comunicazioni. L’impegno va da sé. Affetto, cioè essere sentimentalmente legato alla “causa” con gli altri che lo vedono. Senza comunicazione non trasmetto questa cosa agli altri. Da imprenditore devo vedere l'azienda come spazio dove ognuno ha il suo spazio per crescere e maturare. Così individuo anche chi va meno bene e riesco a “gestirlo”. L’imprenditore, come ha sottolineato D’Ambrogio, deve essere in grado di entrare sia nella testa sia nel cuore degli altri.

TUTTI DEVONO ESPRIMERE IL MASSIMO
Item clima aziendale

«C’era un periodo, negli anni ’90 – è l’intervento di Antonio Belloni – in cui andava di moda l’open door management, cioè l'idea della metafora che i vertici aziendali fossero i primi a dover prestare l’orecchio al clima che si respirava in ditta. Non è da buttare: c'è bisogno di reciprocità. Le parole sono decisive nel creare un ambiente dove tutti possono esprimere il massimo».

Un concetto da mollare infatti sembra essere quello del “micromanagement”, cioè la una persona affezionata a comando e controllo che non si fida dei collaboratori e verifica ogni singolo loro passo. Questo pesa tantissimo in un clima aziendale, sovraccarica l'imprenditore di compiti e deresponsabilizza i dipendenti. Tutti poi iniziano ad aver paura di fare il passo più lungo della gamba e si rischia di entrare nel “quite quitting”. Cioè il dipendente si allontana, ma senza dirtelo per tempo.

Giacché la scelta di fare impresa non è una passeggiata e c'è sempre qualcosa che non dipende dal titolare, è impossibile non considerare che dentro le quattro mura della ditta, i dipendenti vivono una quarantina di ore a settimana. Non possono che essere la cassa di risonanza dell’aria che tira all’interno, buona o brutta che sia. Belloni fa un esempio che parte da una minuzia (il “tu” al posto del “lei”) per far capire una volta per tutte il concetto. «Prima il 'tu' era a scendere, era il capo a proporlo, ora è scontato. Questo ‘scendere’ c'è ancora come responsabilità, ma anche come cura e le dinamiche si tessono anche all’interno di ogni singola stanza, e con una persona alla volta». Il tu non lo impone soltanto chi comanda, ma viene spontaneo.

IL COMPENSO E' UN'INFATUAZIONE
Item clima aziendale

Poi c’è lo stipendio: spesso viene usato per ammaliare. «Vieni, ti pago tantissimo, tu sopporta». Acqua passata anche questa. Un’altra epoca. «Il compenso economico – chiarisce Enrico Zanieri – è come l'infatuazione. Dura poco, ma se non c'è allineamento alla visione comune il rapporto finisce. Il buon compenso è una misura a breve termine, un buon incentivo poiché genera gratitudine, ma poi bisogna far sentire l'individuo come qualcosa di più grande, di importante. Insomma, è una leva che non dura».

«I dipendenti – aggiunge D’Ambrogio – dovrebbero essere artefici di uno scambio reciproco e sincero di sensazioni e parlare delle problematiche: dimostrerebbero di tenerci all’azienda e l'imprenditore deve essere in grado di percepirlo. Usate l’intelligenza emotiva, imparate a negoziare le vostre idee col ‘capo’».

Anche il consulente, spesso visto come un, può diventare alleato nella creazione di un buon clima aziendale. Essendo un esterno che non conosce per niente le dinamiche, (se è educato e non sbruffone) dona un po' di stimoli, aria fresca, idee nuove. Non essendo preparato sui comportamenti interni organizzativi. favorisce il cambio di argomento, una certa proattività nel considerare idee differente. Allo stesso modo, sfatiamo un altro luogo comune. Non è vero che la competizione interna sia fonte di forte produttività per l’azienda.

«Questa dinamica – dice Zanieri – crea un clima tossico e si deve tenere conto che si deve ragionare a lungo termine: uno lavora lì per decenni, non per due giorni, e il mondo ha sempre più bisogno del lavoro di squadra. Un ambiente dove non si compete ma si coopera e si sceglie la migliore idea sarà sempre più sereno e piacevole. Il risultato aziendale deve prevalere su tutto, non l’individualità».

IL VALORE DELL'ASCOLTO

Infine, l’ascolto. Che ruolo deve avere? Quanto tempo dedicarci e come? In una grande azienda, con molti dipendenti, come si può ascoltare senza trascurare qualcuno? E come lo si può fare in una piccola azienda? Risponde D’Ambrogio: «Esistono metodi di comunicazione e contatto diretto con le singole persone: ci sono alcuni periodi dell'anno più stressanti. Riuscire ad anticipare, a introdurre questo periodo aiuta a tenere il collaboratore in linea coi nostri obiettivi. Nelle Pmi spesso manca anche il momento di ascoltarsi, e quest’ultimo non serve solo per rilevare le criticità. Quando ti ascolto tu mi proponi cosa puoi fare meglio sia per te stesso sia per aiutare noi. Imprenditori, tenetevi stretti i collaboratori che vi ascoltano, e ascoltate loro chiedendogli come possono sentirsi importanti. Magari nei momenti meno serrati, tipo il ritorno dalle vacanze estive».

Servono (e tutti e tre gli ospiti concordano) oltre all’ascolto anche obiettivi condivisi e comuni, comprensione nel bisogno di auto-affermazione, coinvolgimento di tutti per gli obiettivi comuni.

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