Il tempo sta scadendo: manifattura, una crisi che non aspetta
In Lombardia il 52,4% delle posizioni resta scoperto. Migliaia di micro imprese cercano tornitori, fresatori, saldatori. Senza operai qualificati si perdono commesse e clienti
di Mauro Colombo, direttore generale Confartigianato Varese

Migliaia di micro e piccole imprese della meccanica, della plastica, della chimica del Nord Italia hanno lo stesso problema: non trovano persone. Cercano tornitori, fresatori, saldatori, tecnici di processo. Pubblicano annunci che restano senza risposta per mesi. Si rivolgono alle agenzie, alle scuole, al passaparola. Niente.
I numeri confermano quello che gli imprenditori raccontano. Nella Lombardia nord-occidentale oltre la metà delle posizioni aperte è difficile da coprire — il 52,4% secondo i dati Excelsior-Unioncamere 2024. La causa principale, in quasi la metà dei casi, è che i candidati semplicemente non esistono. Per le imprese artigiane la situazione è ancora peggiore: la difficoltà di reperimento sale al 59,2%.
La carenza di manodopera qualificata è diventata il vincolo più stretto, più del credito, più della concorrenza straniera. E il tempo per rimediare sta finendo.
VENT'ANNI PER CREARE IL VUOTO
Il problema si è costruito lentamente. Meno nascite hanno ridotto il bacino di giovani. La generazione che ha imparato il mestiere negli anni Settanta e Ottanta sta andando in pensione. Nel frattempo il lavoro manuale è diventato sinonimo di fatica e scarso prestigio: le famiglie hanno spinto i figli verso l'università, gli istituti tecnici si sono svuotati, il legame tra scuola e fabbrica si è spezzato.
Oggi un saldatore certificato guadagna più di molti laureati in giurisprudenza. Ma nelle scuole medie nessuno lo dice ai ragazzi.
PICCOLI, SOLI, E SENZA TEMPO
Una grande azienda può difendersi: alza gli stipendi, assume dall'estero, stringe accordi con le scuole. Una piccola officina non ha queste armi. Il titolare fa tutto da solo — produzione, amministrazione, clienti — e non ha tempo né risorse per cercare personale.
I danni si accumulano in silenzio. I tempi di consegna si allungano. Le commesse si rifiutano. I clienti iniziano a dubitare. Ma c'è qualcosa di peggio: senza operatori esperti si perde la capacità di migliorare ogni giorno, di risolvere problemi al volo, di innovare senza grandi investimenti. È il vantaggio che ha reso la manifattura italiana competitiva nel mondo.
IL PARADOSSO DELLE MACCHINE

Viene naturale pensare che la tecnologia risolva il problema. Meno operai? Più automazione. Ma chi lavora in fabbrica sa che è vero il contrario.
Un centro di lavoro a controllo numerico di vent'anni fa richiedeva un operatore che sapesse farlo funzionare. Uno di oggi richiede qualcuno che sappia programmarlo, interpretarne i dati, ottimizzarne i parametri, diagnosticare i problemi prima che diventino guasti. L'automazione non elimina il bisogno di competenze: lo sposta più in alto. E quelle competenze sono ancora più rare.
Le aziende che avrebbero più bisogno di automatizzare — quelle che non trovano personale — sono spesso quelle che non possono farlo, perché non hanno chi governi le nuove macchine. Restano indietro due volte: senza le persone di ieri e senza la tecnologia di domani.
LA FORBICE DEL TEMPO
Le soluzioni esistono: più formazione tecnica, immigrazione qualificata, rivalutazione del lavoro manuale. Ma hanno bisogno di dieci, quindici, vent'anni per produrre effetti. Formare un tecnico di processo richiede anni di scuola e anni di esperienza. Cambiare la mentalità delle famiglie richiede una generazione. Ricostruire il tessuto di competenze di un distretto ne richiede forse due.
Le aziende non hanno vent'anni. Alcune ne hanno cinque. I loro clienti decidono in mesi dove piazzare gli ordini, quali fornitori tenere, quali abbandonare. E ogni anno che passa senza interventi efficaci, la situazione peggiora: chi non trova personale rinuncia a investire, chi non investe perde clienti, chi perde clienti ridimensiona o chiude. I giovani vedono un settore in affanno e se ne tengono alla larga.
QUELLO CHE SI PERDE

Un imprenditore che non trova operai decide di non comprare quel macchinario, di non accettare quella commessa. Scelte comprensibili, una per una. Ma il cliente tedesco che compra componentistica italiana lo fa perché si fida: della qualità, della flessibilità, della capacità di risolvere problemi. Se inizia a vedere ritardi e incertezze, non protesta. Cerca alternative. E quando le trova, non torna.
Gli effetti non si fermano ai bilanci delle singole aziende. Quei capannoni sostengono un ecosistema: fornitori, trasportatori, manutentori, il gettito fiscale dei comuni, il valore degli immobili, la ragione di esistere degli istituti tecnici. Un distretto che perde imprese non diventa solo meno produttivo. Diventa meno abitabile.
C'è anche un effetto sulla struttura sociale. La manifattura diffusa ha garantito per decenni redditi dignitosi a persone senza laurea, una classe media tecnica che oggi è in via di estinzione. Era un canale di mobilità: si poteva vivere bene con un diploma e un mestiere. Quel canale si sta chiudendo.
INSIEME, O DA SOLI CONTRO TUTTI
C'è però qualcosa che le piccole imprese possono fare, e che alcune stanno già facendo: mettersi insieme. Non per fondersi o perdere identità, ma per condividere quello che da soli non riescono a sostenere.
La logica è semplice. Un'officina meccanica da dieci dipendenti non può permettersi un programma di formazione per apprendisti, ma dieci officine insieme sì. Una singola azienda non attrae un giovane che cerca prospettive, ma una rete di aziende che offre percorsi di crescita e mobilità interna è un'altra cosa. Una commessa troppo grande per un'impresa può essere gestita da tre imprese coordinate che si dividono le lavorazioni. Un macchinario costoso che resterebbe sottoutilizzato diventa accessibile se più aziende lo condividono.
Non è teoria. I distretti industriali italiani hanno funzionato così per decenni: imprese concorrenti sulla carta, ma capaci di collaborare su formazione, servizi, infrastrutture. Quella collaborazione si basava su relazioni personali, fiducia costruita nel tempo, prossimità fisica e culturale. Sapere con chi si ha a che fare, conoscere la reputazione di un fornitore, poter risolvere un problema con una telefonata invece che con un avvocato.
Quel tessuto relazionale si è indebolito. I titolari storici che si conoscevano tutti vanno in pensione. I giovani imprenditori sono più isolati. Ma quelle relazioni possono essere ricostruite in forma più strutturata: consorzi, reti di impresa, associazioni di scopo. Strumenti che esistono e che, dove vengono usati con intelligenza, funzionano.
QUELLO CHE GIÀ SI MUOVE

Non è tutto fermo. Gli Istituti Tecnici Superiori crescono e i loro diplomati trovano lavoro in pochi mesi. Alcune esperienze portano la formazione direttamente nel territorio, con docenti che sono imprenditori, laboratori nelle aziende, apprendistati retribuiti che legano subito il giovane al tessuto produttivo locale. Non si tratta solo di insegnare un mestiere: si tratta di creare appartenenza.
Ci sono reti di imprese che condividono i costi della formazione e si dividono poi i diplomati. Altre che si coordinano per gestire insieme picchi di lavoro, tenendo nel territorio clienti che altrimenti andrebbero a cercare altrove. Alcune hanno costruito rapporti stabili con le scuole tecniche, ospitano apprendisti, offrono borse di studio, partecipano alla definizione dei programmi.
Ma il problema non è solo trovare operai. È anche trovare chi prenda in mano le aziende. Il 43% degli imprenditori italiani ha più di sessant'anni. Nell'artigianato la situazione è ancora più marcata: quasi un titolare su quattro ha superato i sessant'anni, mentre i giovani under 35 sono crollati sotto il 10%. Nei prossimi dieci anni il 40% delle imprese dovrà affrontare un passaggio generazionale. Ma solo il 18% lo sta pianificando. E sette aziende su dieci, storicamente, non sopravvivono al passaggio dalla prima alla seconda generazione.
Su questo nodo si sta ragionando su strumenti nuovi. Confartigianato Varese, ad esempio, sta esplorando soluzioni "ponte": forme di gestione temporanea che permettano ad aziende sane ma senza eredi di attraversare la fase critica della successione, per poi passare a nuovi imprenditori o agli stessi dipendenti. L'idea — ancora da approfondire e verificare — è intervenire prima della crisi, quando l'azienda è in salute, individuando gli imprenditori che si avvicinano al ritiro senza una successione chiara. È una pista, non una soluzione pronta. Ma indica una direzione.
Queste esperienze producono risultati. Ma restano frammentate, locali, sottodimensionate. Non è che non sappiamo cosa fare. È che lo stiamo facendo troppo lentamente, su numeri troppo piccoli, mentre il tempo continua a scorrere.
UNA QUESTIONE DI ANNI, NON DI DECENNI
Ogni mese un altro operaio esperto va in pensione. Ogni mese una piccola azienda decide che non vale la pena continuare. Ogni mese un cliente storico inizia a cercare fornitori altrove. Sono perdite piccole, singolarmente. Sommate, ridisegnano la geografia produttiva di un Paese.
La finestra per intervenire esiste ancora, ma non è larga quanto si pensa. Le soluzioni hanno bisogno di una generazione per funzionare. Il problema si aggrava ogni anno. Chi deve agire — imprese, scuole, istituzioni — deve capire che il tempo disponibile si misura in anni, non in decenni. Per alcuni territori quella finestra si è già chiusa. Per altri si chiuderà presto.
Nella manifattura italiana, il tempo ha smesso di essere una risorsa. È diventato il vincolo più stringente di tutti.