2030 non è una scadenza: è il test di solidità delle Pmi, da oggi
Questo magazine tiene insieme un’idea semplice: il futuro non arriva “dopo”, si accumula adesso. E lo fa partendo da ciò che le Pmi vivono ogni giorno: clienti più esigenti e meno fedeli, filiere da rendere più robuste, competenze che rischiano di disperdersi, passaggi generazionali che non si risolvono in pochi mesi. La premessa è netta: le crisi non sono episodiche, sono una sequenza; e i numeri sulle dinamiche d’impresa lo confermano.
Le storie aziendali lo traducono in pratica: velocità e servizio come vantaggio competitivo (Lame Fittings), post-vendita come “asset” che fidelizza e stabilizza i ricavi, non come costo da comprimere; export e assistenza sul campo per reggere mercati e shock (Cibitex), fino ai “progetti per il 2030” già messi a fuoco.
Il filo rosso è culturale prima che tecnico: ascoltare davvero il cliente (oggi lo fa in modo maturo una minoranza), costruire alleanze locali e filiere più trasparenti, governare il trasferimento del saper fare e rendere attrattivo il lavoro per trattenere talenti. Parlare di 2030 è doveroso perché queste trasformazioni hanno tempi lunghi: chi aspetta di “vedere come va” nel 2028, nel 2030 arriva tardi.




































