
C’è un filo rosso che attraversa le imprese minerarie dell’America Latina, le Mesas Ejecutivas (comitati esecutivi) del Perù e le filiere corte, anche italiane: all’azione locale serve uno sguardo globale. Si tratta di una connessione che, però, non può essere demandata alle singole imprese. Piuttosto, è il territorio nel suo insieme – imprenditori, istituzioni, enti intermedi, università e centri di ricerca – a dover agire in modo proattivo. Il territorio che agisce, si inserisce, sollecita, si connette e – soprattutto – si confronta. La mancanza di una politica industriale a misura di Pmi, che in Italia si avverte a livello nazionale, è una questione anche locale: se da un lato la filiera corta, che è catena di valore, si nutre dei passaggi di conoscenza e upgrading, di trasferimenti di opportunità e benefici economici tra le imprese, dall’altro non la si può considerare del tutto realizzata se si formano delle crepe nella relazione tra i diversi attori. Perché? Perché introdurre miglioramenti graduali nella produttività, ed entrare nei segmenti della filiera che possano offrire maggiori opportunità nella ricerca del valore aggiunto, richiede investimenti e beni pubblici che le singole imprese, soprattutto le piccole e le medie, non possono sostenere.
COLLABORAZIONE PUBBLICO-PRIVATO: SOLUZIONI CONCRETE IN FILIERA

Gli esempi delle imprese minerarie e delle Mesas Ejecutivas, che riguardano Paesi emergenti, aiutano a capire come alcune logiche e dinamiche organizzative possano essere globali: in entrambe queste realtà, lo scopo finale è di aggiungere un maggiore valore ai propri prodotti senza rinunciare alla globalizzazione, ma coltivando la cooperazione a livello territoriale. Per quanto riguarda il rame: ottenere un minerale di maggiore qualità, magari con l’utilizzo di tecnologie green che lo possano rendere più appetibile agli occhi dei clienti, attraverso il confronto e la collaborazione. Per quanto riguarda i comitati esecuti peruviani: concentrarsi su una collaborazione tra gruppi di lavoro pubblico-privati, coordinati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per rimuovere ostacoli e “colli di bottiglia” normativi o gestionali (infrastrutture, certificazioni, innovazione dei processi produttivi), che limitano la produttività e la competitività di specifici settori. Le soluzioni, in entrambi i casi, devono essere concrete e rapide perché il confronto non è basato sulla discussione fine a sé stessa, ma sull’esecuzione. Si tratta di decisioni basate sull’evidenza e di azioni locali maturate con uno sguardo globale: è questa la vera sfida delle filiere corte.
Su cosa deve investire un territorio per mantenere vive le proprie filiere? Non esiste un modello univoco, o generalizzato, che si possa applicare ovunque. Però, il dialogo tra pubblico e privato cambia le prospettive. Si tratta di una leva che, a livello locale, funziona meglio che a livello nazionale. La vicinanza geografica aiuta anche in questo, ma per mettere a fuoco i problemi, e trovare le soluzioni più adatte, il confronto tra istituzioni e imprese deve essere strutturato e consolidato. Per le imprese, questo contatto diretto con gli stakeholder è fondamentale perché l’economia non è un corpo a sé sradicato dal contesto in cui opera. La relazione tra i diversi attori è un fatto di condivisione di visione e strumenti tecnici: la prima, aiuta a definire gli obiettivi; mentre i secondi sostengono quella competitività che passa dalla possibilità di utilizzare servizi comuni come laboratori di ricerca e di metrologia, centri di controllo della qualità, centri per la formazione, definizione comune di meccanismi che soddisfino gli standard richiesti dai mercati internazionali.
COME RENDERE COMPLEMENTARI COMPETIZIONE E COLLABORAZIONE
La valorizzazione della filiera locale all’interno di una crescente frammentazione dei mercati, e di una regionalizzazione crescente del commercio

internazionale e degli investimenti, si scontra con un paradosso tipicamente italiano: la competizione che coabita con la cooperazione. O, meglio, come rendere complementari fra loro competizione e collaborazione. All’interno della filiera le imprese non sono amiche, ma rivali. Eppure, in queste realtà si è capaci di costruire una fiducia reciproca, di acquisire quella consapevolezza su quanto sono puntuali e affidabili i fornitori, di generare consenso. Non di meno, la filiera corta aiuta anche ad entrare in relazione con territori molto lontani fra loro. Una rete locale capace di esprimere forme di collaborazione particolarmente intense e funzionali, attrae le imprese geograficamente più distanti. Riconosciuta nel suo valore proprio perché affidabile, la filiera corta rende più semplice la relazione con la dimensione globale.
Il pericolo da evitare? La dispersione di ciò che si è fatto. Se gli imprenditori guardano solo alla fiducia e alla consapevolezza generata all’interno della rete, e se ne rallegrano, rischiano di non accorgersi di ciò che sta accadendo all’esterno. Se si pensa troppo locale, se non si guarda al di fuori della propria filiera o del proprio territorio, se si ottiene troppa sicurezza dal clima di cooperazione, si perde la visione larga sui cambiamenti che intervengono a livello globale. I modi di fare consolidati, anche se portano al successo, sono sempre rischiosi: sono questi ad aver causato la crisi di alcuni distretti industriali italiani.
Davide Ielmini
L’articolo è stato realizzato con il contributo di Carlo Pietrobelli, docente di Economia dell’Innovazione all’Università Roma Tre e titolare della cattedra UNESCO su “Politiche scientifiche, tecnologiche e di innovazione per lo sviluppo sostenibile in America Latina” all’Università delle Nazioni Unite UNU-MERIT di Maastricht (https://unu.edu/merit/unesco-chair).