Filiere corte: il ritorno della qualità manifatturiera
Tra globalizzazione instabile e reshoring, le imprese italiane puntano su prossimità, innovazione collaborativa e valorizzazione del capitale umano, superando fragilità delle supply chain lunghe per una manifattura propositiva e competitiva

Nei primi anni Novanta, Bill Clinton – non ancora eletto Presidente degli Stati Uniti - venne in Italia per cercare alcuni modelli industriali alternativi al fordismo americano. Visitò i distretti del Veneto e dell’Emilia-Romagna e si accorse di come i nostri imprenditori tenessero insieme produttività, flessibilità e coesione sociale.
Tra il 2018 e il 2019, la Idra Group di Travagliato, in provincia di Brescia, ha progettato e costruito per Tesla la Giga Press, sostituendo la saldatura di decine di diversi componenti della scocca dell’auto con un telaio stampato in un unico pezzo. Tesla ha diminuito il numero di robot, lo spazio occupato in fabbrica e i costi.
La capacità di saper ascoltare le richieste del cliente, per quanto complesse possano sembrare, è una prerogativa delle imprese italiane. Per tre motivi: primo, per la dinamicità produttiva che generano le filiere; secondo, per l’orgoglio con il quale le imprese hanno mantenuto il rapporto con i territori; terzo, per quella spinta all’innovazione che nasce da una creatività trasversale.
La tradizione manifatturiera italiana è basata sull’idea della vicinanza geografica, unicità che ci è riconosciuta anche a livello internazionale, ma è proprio in questi ultimi anni, con le prime crepe nella globalizzazione, che la filiera corta è tornata in superficie. Il fatto interessante è che le imprese – anche quelle piccole e medie – non hanno utilizzato un modello “on/off”: le realtà che non lavorano nella high tech sono più esposte alla competizione internazionale, ma se dagli anni Duemila le richieste ai fornitori vicini sono diminuite (per una questione di costi, sui quali si è sempre sensibili), i territori non sono mai stati abbandonati del tutto. Le quantità provengono da altri lidi (la Cina si muove su economie di scala e modelli organizzativi che non sono riproducibili in altri Paesi), ma la qualità è anche una questione di prossimità produttiva. Diciamo pure che, con il reshoring, non si assiste ad una inversione della globalizzazione ma ad una sua nuova fase, dove globalizzazione e localizzazione sono fra loro complementari. Le imprese preferiscono l’”on” all’”off”.
QUALITÀ VS QUANTITÀ

Il Covid prima, e la geopolitica poi, hanno portato le imprese ad un cambio di passo, perché le filiere lunghe hanno scoperto le loro fragilità: merci ferme per mesi nei porti con conseguente difficoltà negli approvvigionamenti, costi in rialzo delle materie prime e dei trasporti, competitività a rischio e – in tempi recenti – i dazi statunitensi. Tutto questo ha posto l’accento sui vantaggi della vicinanza. La stessa corsa all’innovazione ne viene premiata, perché con i fornitori e le collaborazioni a pochi chilometri di distanza non solo si produce, ma si fanno progetti insieme, si mantengono e si accrescono le competenze, si sviluppano nuove soluzioni. In un mondo che, fino all’altro ieri, ha puntato molto sulla quantità ora si assiste ad una nuova ricerca della qualità. Che passa anche attraverso il potenziamento del territorio. In una globalizzazione che non è scomparsa ma solo cambiata (è inverosimile pensare che tutto si possa produrre localmente), l’Italia ha difeso e conservato la sua tradizione manifatturiera evitando la desertificazione industriale e l’accelerazione selvaggia sui servizi.
Può esistere un effetto moltiplicatore della filiera corta, ma non dobbiamo cedere alla narrazione distorta del localismo. Nelle filiere si percepisce il problema dell’alimentazione del capitale umano così come lo si coglie in tutte le aziende italiane. Non è solo una questione di culle vuote, lenta connessione tra imprese e scuole, formazione inadeguata, scarsa attrattività di alcuni lavori. Manca, soprattutto, il racconto di un mondo imprenditoriale che è interessante per quanto fa e può offrire. Se c’è un vuoto di riconoscenza nei confronti di questo mondo, c’è anche nei confronti della filiera corta che – nel caso della manifattura – deve eliminare quella patina di pregiudizi che, oggi, non hanno motivo di esistere.
REALISMO VS ROMANTICISMO
Nella filiera corta, le dinamiche competitive sono molto forti anche, e proprio, sul capitale umano perché le piccole e medie imprese – per mancanza di risorse economiche e di tempo – rischiano il cortocircuito tra dipendente formato e dipendete rubato dal concorrente. La filiera corta non è una forma cooperativa, ma un modello di competizione: è questo il grande motore dell’innovazione ed è questo che aiuta le imprese a superare i loro limiti. Competizione orizzontale tra imprese che svolgono lo stesso tipo di produzione e competizione verticale tra imprese che svolgono attività diverse. La formula: con il mio fornitore, collaboro; con chi fa il mio stesso prodotto, competo. A dare solidità alla filiera è questo mix di collaborazione e competizione, ma – come detto - a creare la vera difficoltà è il capitale umano. In questo mix, il ruolo del capofiliera è quello del “motore che spinge” perché nella stessa area geografica, nella stessa filiera, non è raro trovare la multinazionale e l’impresa terzista con otto dipendenti. La vera sfida è di qualificare la propria filiera con la grande impresa che fa leva sul proprio potere negoziale, ma anche sulla sua capacità di coinvolgere attivamente tutte le altre imprese per farle crescere.
MANIFATTURA PROPOSITIVA VS MANIFATTURA ESECUTIVA

In un mondo dove la tecnologia cambia rapidamente, i mercati sono sempre più veloci, quelli che un tempo erano chiusi ora si sono aperti e i Paesi prima amici ora sono nemici, anche le opportunità sono numerose: la filiera corta si deve muovere con un ritmo diverso. Pensiamo ai dazi imposti dagli Stati Uniti e all’accordo che è stato siglato lo scorso gennaio tra India e Unione europea (un mercato integrato di due miliardi di persone): si tratta di stravolgimenti rapidi che le filiere devono affrontare aumentando la loro capacità di reazione e adeguandosi a trasformazioni che sono quasi giornaliere. Certo, le filiere saranno stressate perché una cosa è vendere un prodotto ad un americano, un’altra venderlo ad un indiano.
Il modello “on/off” fa ritorno: anche all’interno della filiera corta, le aziende possono avere fornitori locali e globali. Servono entrambi e nessuno viene scartato. Avere una fornitura locale rassicura, ma ciò che fa la differenza nella filiera è la sua capacità propositiva, la sua velocità, i contenuti innovativi, i prodotti ma anche i servizi e le idee. L’efficienza, che nasce dall’unione tra chi ha talento imprenditoriale e si assume il rischio e chi è un tecnico estremamente preparato, passa dalla valorizzazione del confronto e dell’incontro. Ecco perché la filiera si deve trasformare in bacino di nuove proposte dove i nuovi prodotti sono il risultato di nuove idee. Se pensiamo questo modello solo come fattore produttivo, battere la concorrenza internazionale sarà sempre più difficile. Il “saper fare” si deve abbinare sempre più al “saper ideare” investendo su una manifattura non servile o esecutiva, ma propositiva e innovativa. In estrema sintesi, una manifattura di competenze.
Davide Ielmini
L’articolo è stato realizzato con il contributo di Marco Bettiol, Professore Associato di Economia e gestione delle imprese all’Università di Padova.