Beko e la lezione delle filiere corte

Quando una grande impresa vacilla, il conto lo paga tutto il territorio: fornitori, manutentori, servizi. La vicenda di Cassinetta mostra i limiti di un modello fondato su filiere lunghe e decisioni prese altrove

Elettrodomestici Beko Cassinetta

di Mauro Colombo, Direttore di Confartigianato Imprese Varese

L'accordo tra Beko Europe e le parti sociali, siglato al Ministero delle Imprese nell'aprile 2025, ha evitato il peggio: 300 milioni di investimenti complessivi, stabilimento confermato, esuberi gestiti con uscite volontarie. Ma a distanza di mesi il quadro è meno rassicurante. I volumi di produzione dei forni — il settore indicato come core business — sono calati del 30%. Gli investimenti annunciati faticano a concretizzarsi. E il 1° agosto si è chiusa la progettazione frigoriferi, dopo sessant'anni di attività.

La vicenda riguarda direttamente chi lavora a Cassinetta, ma le ricadute vanno oltre i cancelli dello stabilimento. Attorno a una grande impresa manifatturiera si costruisce nel tempo un ecosistema di fornitori di componenti, subfornitori specializzati, manutentori, trasportatori, servizi. Quando la grande impresa riduce i volumi o chiude linee produttive, queste realtà — spesso piccole e medie imprese, spesso artigiane — perdono commesse, know-how, ragione d'essere.

IL MODELLO SI E' ROTTO

Lo stabilimento di Cassinetta ha perso duemila posti in vent'anni. Non per inefficienza, ma perché le logiche di una multinazionale globale non coincidono con quelle di un territorio. La proprietà lontana ottimizza su scala mondiale: redistribuisce volumi, chiude dove conviene, apre dove costa meno. È una logica comprensibile, ma che lascia i territori senza leve.

È lo stesso schema visto in altri settori. L'idea — diffusa per anni — era che certe produzioni non potessero più essere fatte in Italia. Il risultato è una progressiva desertificazione: in dieci anni la quota di elettrodomestici importati dall'Asia in Europa è passata dal 27% al 35%, la produzione italiana è calata del 14% nel solo 2024. Ogni stabilimento che ridimensiona o chiude trascina con sé un pezzo di indotto.

UNA CRISI DI DOMANDA

Le responsabilità non sono solo delle multinazionali. Il mercato europeo è crollato del 14% tra il 2021 e il 2023, la concorrenza asiatica è aggressiva — la «lavatrice 199 euro» detta i prezzi ed erode i margini di tutti. In questo contesto, anche le aziende più radicate faticano a investire. Il bonus elettrodomestici del Governo — 50 milioni esauriti in poche ore — è stato più simbolico che strutturale: cento euro di sconto non cambiano le dinamiche di un mercato in contrazione.

L'INDOTTO NON SI VEDE

Il dibattito pubblico si concentra sui numeri dello stabilimento: addetti, esuberi, investimenti. Ma il vero tessuto economico di un territorio manifatturiero è fatto di relazioni meno visibili. Cassinetta ha attorno a sé decenni di specializzazioni costruite: chi sa lavorare certi materiali, chi ha sviluppato soluzioni per specifici problemi produttivi, chi garantisce manutenzioni rapide. Competenze che non si ricostruiscono in fretta e che, una volta disperse, difficilmente tornano.

È il modello tipico dei distretti: grandi imprese che trainano, piccole e medie che si specializzano. Quando la grande impresa vacilla, la rete perde il suo perno. I fornitori cercano altri clienti — spesso fuori provincia, talvolta fuori Italia — oppure ridimensionano. Le competenze si disperdono. Il territorio si impoverisce non solo di posti di lavoro, ma di capacità produttiva.

COSA PUO' FARE IL TERRITORIO

Il contesto globale sta cambiando. Le supply chain lunghe sono diventate più rischiose e costose. Le imprese con filiere corte e radicate hanno un vantaggio che dieci anni fa non avevano. Ma un vantaggio non sfruttato resta un'opportunità persa.

La risposta non è il protezionismo, ma nemmeno l'accettazione passiva di logiche decise altrove. È costruire le condizioni perché la prossimità produttiva torni a essere competitiva: investimenti in tecnologia, formazione di competenze, capacità di fare rete tra imprese di dimensioni diverse. E una politica industriale — nazionale ed europea — che leghi gli incentivi a impegni produttivi concreti, non a bonus a pioggia che finanziano importazioni.

Il distretto varesino ha ancora carte da giocare. Competenze manifatturiere accumulate in due secoli, imprese che sanno adattarsi, vicinanza ai mercati europei. Sta alle imprese — e alle istituzioni che le rappresentano — decidere se valorizzare questo patrimonio o assistere alla sua dispersione.