Il 1816 è stato un anno senza estate. Un anno prima, il Monte Tambora in Indonesia aveva eruttato con una violenza tale da sconvolgere i sistemi meteorologici di un mondo non ancora globalizzato. Le conseguenze economiche e sociali furono globali: raccolti distrutti, carestie, instabilità politica. Un’attività geologica capace di ridisegnare equilibri consolidati.
Oggi viviamo in un’epoca dove gli eventi stressanti si susseguono con una frequenza che non lascia il tempo di riprendersi completamente prima del colpo successivo. Ma c’è una differenza cruciale tra chi attraversa le crisi mantenendo solidità e chi invece perde competitività fino a uscire dal mercato. Non è una questione di fortuna. È una questione di lucidità: distinguere le cause improvvise, quelle che accelerano il cambiamento ma stimolano nuova creazione, da quelle durevoli, che rappresentano una fragilità strutturale per le imprese.
Il 2030 non si pianifica nel 2030. Si pianifica oggi. Perché le imprese che crescono non sono quelle che reagiscono quando il cambiamento è evidente a tutti, ma quelle che intuiscono da che parte va il mondo prima che diventi una notizia.
Se provassimo a mettere in fila le crisi recenti, verrebbe fuori un elenco che inizia con la crisi post-11 settembre del 2001, poi la crisi finanziaria globale del 2007-2008, la crisi del debito sovrano dell’Eurozona del 2011, la crisi da Covid-19 del 2020, la crisi inflazionistica del 2022, la crisi Ucraina. L’elenco è infinito e aggiornabile mese per mese.
I dati Cerved raccontano questa selezione naturale con numeri precisi: più 9,8% di crisi aziendali nel 2023, più 17,2% nel 2024, più 10,1% previsto per il 2025. Sono numeri che descrivono una costante selezione che vede sopravvivere le imprese che riescono a cambiare, ma che al sistema economico costa in termini di Pil, occupati e competenze perse.
Nel 2019 pochissime imprese avevano pensato alla resilienza delle filiere. Poi è arrivato il Covid. Chi aveva costruito relazioni solide con fornitori locali ha retto l’urto. Gli altri hanno scoperto che l’efficienza estrema è fragilità estrema. Chi inizia oggi insegue. Chi aspetta il 2026 per muoversi rischia di trovarsi fuori mercato.
I costi energetici sono strutturalmente cambiati. Non torneranno ai livelli precrisi. Le imprese che oggi investono in efficienza energetica stanno costruendo un vantaggio competitivo duraturo. Chi aspetta sta scommettendo contro la storia e contro la geopolitica.
Il capitale umano è sempre più scarso e selettivo. Le competenze specifiche, la capacità di innovare, la flessibilità nell’adattarsi ai cambiamenti tecnologici sono asset che si costruiscono nel tempo, non si comprano quando servono.
Migliaia di imprese devono affrontare il passaggio generazionale. Non è un tema procedurale. È un tema di continuità e crescita. Il passaggio generazionale richiede anni. Chi inizia oggi per completarlo nel 2028 ha una timeline ragionevole. Chi aspetta il 2028 scoprirà che i tempi sono stretti.
È giusto agire sulle cause improvvise che accelerano le crisi. Ma è necessario farlo anche su quelle durevoli. Le cause interne, liquidità al limite, modelli di business che rendono meno, mancanza di innovazione, sono visibili, misurabili, affrontabili. È strategicamente molto più efficace affrontare le cause interne e durevoli che permettono ad ogni crisi esterna di diventare determinante.
Il futuro è oggi. E chi lo capisce, cresce.
Chi aspetta, perde competitività.