Patrimonio aziendale: se non si trasferisce, si disperde. Tre casi sotto la lente

Il tema del patrimonio del fondatore dell’azienda si intreccia con quello della continuità aziendale. Ma quando gli eredi non sono interessati al passaggio, cosa succede?

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I figli che entrano in azienda, i figli che vogliono percorrere strade proprie, i figli che si affidano ad un manager esterno, i figli che mantengono le quote dell’azienda ma non la gestiscono, i figli che chiedono ai dipendenti di subentrare nella proprietà dell’attività, i figli che vendono. E il fondatore che, messo alle strette, suggerisce vie alternative: un “cattivo” imprenditore, che non abbia passione e conoscenze tecniche adeguate, non farebbe il bene dell’azienda.

In tutti questi casi, che fine fa il patrimonio del fondatore?

Intrecciandosi con il tema della continuità aziendale, si mantiene, si trasferisce, a volte rischia di disperdersi. Altra cosa, invece, è il patrimonio personale del fondatore. Che, proprio perché disgiunto da quello dell’impresa, resta nelle sue mani.

  • Il 92% delle piccole e medie imprese italiane è familiare e affronta la sfida della successione
  • Solo il 30% sopravvive al primo passaggio generazionale
  • Il 13% arriva alla terza generazione: con le crisi, le imprese hanno accelerato il passaggio generazionale, ma la maggior parte è impreparata a gestirlo correttamente

IL PATRIMONIO NEL PASSAGGIO GENERAZIONALE “STRETTO” O “LARGO”

I figli che vogliono entrare in azienda devono essere guidati, stimolati, gestiti, formati. E il passaggio può essere “stretto” (il fondatore non dà spazi di manovra) o “largo” (il fondatore delega e dà completa fiducia alle nuove generazioni).

Nel caso di un passaggio generazionale riuscito, il patrimonio del fondatore prosegue nella sua logica industriale, e finanziaria, e mantiene la sua stabilità solo se viene difesa la governance familiare (per esempio, con un patto di famiglia o con l’inserimento di manager esterni: le due scelte si possono integrare) e se le competenze del fondatore (reti globali, capitale culturale, legittimazione sociale, autorevolezza nei confronti degli stakeholder) trovano una corrispondenza negli eredi.  

IL PATRIMONIO NEL PASSAGGIO GENERAZIONALE INESISTENTE

Nel caso in cui figli non vogliano proseguire con l’attività di famiglia, tutto cambia. Se il padre ha fondato un impero, il figlio potrebbe fondare il suo: il patrimonio diventa liquido e si spacchetta, le iniziative personali al di fuori dell’azienda di famiglia si moltiplicano, si percorrono strade diverse dal modello originale perché l’identità imprenditoriale del fondatore non è più il modello dominante.

Come cambia il patrimonio aziendale?

Le possibilità sono diverse:

  • Gli assett (immobili, marchi, brevetti, portafoglio clienti) vengono ceduti
  • L’impresa viene venduta a grandi aziende (anche multinazionali) o fondi: negli anni, alcuni grossi gruppi come Carlyle o Ardian hanno acquisito aziende familiari italiane mantenendo gli asset e ricollocando il fondatore nel ruolo di advisory. Il 65% delle aziende familiari valuta la vendita quando gli eredi non sono interessati a continuare: questo fenomeno si è ingigantito negli ultimi quindici anni
  • Viene frammentato il valore dell’azienda in quote ereditate, ma non gestite
  • Viene proposta l’entrata dei dipendenti nella gestione dell’azienda che, spesso, sono “vittime collaterali” del fallimento generazionale
  • L’attività viene chiusa

IL PATRIMONIO E L’AZIENDA NELLE MANI DEI DIPENDENTI

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Non è un caso raro, ma è quello più complicato. Un bravo imprenditore non sempre è un ottimo tecnico, ma un bravo tecnico potrebbe essere un bravo imprenditore?

Lo spirito imprenditoriale si può forgiare, ma solo se si parte da una base solida. In aggiunta, ci vogliono visione, determinazione e il coraggio di accettare il “rischio d’impresa”. Si tratta, prima di tutto, di un salto culturale perché la vita lavorativa, e quella privata, vengono completamente rivoluzionate.

Leggi le storie di Elena Ghiringhelli della Mcg Sas & C. e di Silvana Frattini della Gismal Srl. 

Il passaggio dell’impresa nelle mani dei dipendenti è regolato dalla Legge Marcora: prevede che i collaboratori possano investire il Tfr, o l’indennità di disoccupazione anticipata, nell’impresa. Però, la buona volontà a volte viene stoppata da ostacoli burocratici e finanziari.

Nel caso dei workers buyout gli impianti, i macchinari, gli immobili dell’impresa, i marchi e i brevetti, i software, le quote e il capitale circolante passano ai nuovi proprietari. Le quote societarie del fondatore possono essere vendute (si trasformano in liquidità), mantenute o rinunciate (nel caso in cui vengano donate).

Il patrimonio personale, fatto di risparmi, investimenti, conti correnti, asset finanziari o partecipazioni in altre aziende, non viene trasferito ai dipendenti. Davide Ielmini