News

Transizione 5.0, le regole cambiate in corsa e il crollo della fiducia delle imprese

Transizione 5.0, le regole cambiate in corsa e il crollo della fiducia delle imprese

Avevano promesso un credito d'imposta fino al 45% degli investimenti. Il 27 marzo il Consiglio dei ministri ha comunicato alle imprese "esodate" di Transizione 5.0 che ne riceveranno il 35% — non del credito, ma del credito già riconosciuto. Nella migliore delle ipotesi, che riguarda circa l'80% dei casi, l'aliquota effettiva scende al 15,75%. Meno di quanto garantiva il vecchio piano Transizione 4.0, che questo strumento avrebbe dovuto superare.

Sono 7.417 i progetti coinvolti. Ognuno era accompagnato da un'analisi energetica certificata, da un acconto versato, da investimenti completati. Investimenti che, sommati, valgono quasi 1,8 miliardi di euro: non fondi sperati, ma impegni già presi, già contabilizzati, già onorati dalle imprese. La promessa era di tre ministri — Giorgetti, Foti e Urso — espressa pubblicamente a novembre, proprio per rassicurare chi era rimasto fuori dopo l'esaurimento del fondo.

«Questa vicenda solleva una domanda di sistema», dice Paolo Rolandi, presidente di Confartigianato Imprese Varese. «La politica industriale italiana ha una storia di strumenti annunciati con ambizione e gestiti con approssimazione — proroghe dell'ultimo minuto, rifinanziamenti parziali, modifiche in corso d'opera. Ogni episodio deposita nel sistema produttivo una quota di diffidenza che non appare in nessun indicatore ma condiziona le scelte reali. La domanda che circola — se le aziende possano ancora fidarsi delle promesse — non è retorica. È la domanda che ogni imprenditore si farà la prossima volta che un ministro annuncerà uno strumento e chiederà di agire in anticipo per accedervi. Ma il costo non lo paga solo chi ha già investito: lo paga chiunque, in Europa o nel mondo, stia valutando di portare capitali in questo paese. Investire in Italia richiede una sola cosa: la certezza che le regole del gioco non cambino a partita in corso. Ogni promessa ritirata è un segnale che arriva chiaro anche oltre i nostri confini. Un sistema economico che perde credibilità verso l'esterno è un sistema che si rinsecchisce lentamente, che langue per mancanza di fondi, che vede stringersi le proprie possibilità di crescita senza rendersene conto fino a quando il divario non è già incolmabile».

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché rischia di dissolversi nel rumore delle dichiarazioni reciproche. Non si tratta di aziende che speravano in un beneficio e non l'hanno ottenuto. Si tratta di aziende che avevano ricevuto rassicurazioni da tre ministri, avevano agito di conseguenza, e ora si trovano con una copertura ridotta di due terzi. La differenza non è di sfumatura: è la differenza tra un'aspettativa e un affidamento. E lo Stato ha detto una cosa e ne ha fatta un'altra.

Giorgetti ha motivato la scelta con lo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente. «Dobbiamo decidere chi aiutare», ha detto a Cernobbio, indicando come priorità le imprese energivore, i trasporti, le accise. Una spiegazione che ha una sua logica — le risorse sono limitate, il contesto è peggiorato. Ma che non risponde alla domanda più scomoda: perché quegli impegni erano stati presi a novembre, quando il conflitto era già in corso e i vincoli di bilancio erano già quelli che erano?

«Le imprese che hanno aderito a Transizione 5.0 lo hanno fatto rispettando ogni scadenza, ogni requisito, ogni procedura prevista», aggiunge Rolandi. «Non stavano scommettendo su una promessa vaga: stavano agendo sulla base di impegni precisi, comunicati da chi governa. Trovarsi oggi a dover negoziare quello che era già stato concesso è una situazione che non ha nulla di ordinario».

Il governo ha annunciato un tavolo di confronto con le categorie produttive e non esclude modifiche in sede di conversione parlamentare. È un'apertura concreta, che vale la pena presidiare. Ma c'è un'asimmetria che va detta: le imprese non stanno chiedendo qualcosa di nuovo, stanno cercando di recuperare qualcosa che avevano già. Negozieranno al ribasso su diritti già acquisiti, con chi li ha erosi.

C'è poi una stonatura specifica che il dibattito corrente tende a sorvolare. Transizione 5.0 non era solo un incentivo agli investimenti: era uno strumento di politica energetica, che premiava la riduzione dei consumi e l'autoproduzione da fonti rinnovabili. Il decreto esclude dal credito riconosciuto proprio gli impianti fotovoltaici ad alta efficienza — quelli che le imprese erano state incoraggiate ad acquistare. Ridurre gli incentivi all'efficienza energetica nel momento esatto in cui i prezzi dell'energia salgono per effetto del conflitto non è una scelta neutrale: è una contraddizione che dice qualcosa sulla coerenza complessiva del provvedimento.

«Il tavolo lo seguiremo», conclude Rolandi, «ma la sua utilità si misurerà su un criterio solo: se produrrà il riconoscimento degli impegni già presi, o se si ridurrà a una trattativa al ribasso. Le parole dette in novembre devono avere ancora valore in aprile. Se non ce l'hanno, la risposta sarà più cauta. Ed è un costo che paghiamo tutti».