L'algoritmo non sa rubare il mestiere, ma può imparare a guardare

L'algoritmo non sa rubare il mestiere, ma può imparare a guardare
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di Marilena Lualdi

Avete mai usato un microscopio? La domanda affiora dopo aver letto il nuovo paper del Centro Studi Imprese Territorio che analizza l’impatto dell’Intelligenza artificiale sulle filiere corte, elemento chiave dell’identità delle nostre aziende. Il filosofo Paul Feyerabend nel “Dialogo sul metodo”, riflettendo con stile socratico insieme al suo interlocutore, faceva notare: «Quando un principiante guarda nel microscopio, non vede nulla di definito, bensì soltanto un caos di strutture e di movimenti». Chi si avvicina per la prima volta o da poco a un microscopio ha letto dei manuali, ammirato meravigliosi disegni di creature interessanti – continuava Feyerabend - ma non trova queste creature da nessuna parte nel suo campo visivo.

Come mai? E che cosa gli occorre allora per rintracciare tutto ciò e attribuirvi un senso? Imparare a vedere le cose in modo nuovo, è la replica del filosofo.

È quanto si stanno sforzando di fare le imprese senza perdere il loro patrimonio più prezioso: di dati, certo (è questo il tesoro dei nostri tempi), ma insieme di umanità. Quest’ultima si trasmette in ogni tratto della filiera: nel cuore dei laboratori, dei reparti e degli uffici, dove un problema viene risolto grazie a un metodo collaudato ma non scolpito in modo irrevocabile. Perché – proprio come nella scienza, e qui viene in soccorso un altro epistemologo, Thomas Kuhn – un’intuizione propria o di un collaboratore, come di un cliente o fornitore, può dargli un’ulteriore direzione. La mela che cade non è solo una suggestiva immagine per imprimere poesia alla fredda scienza nel caso di Newton, piuttosto diventa il simbolo visivo di una rottura rispetto al paradigma precedente.

L’impresa è proprio come lo scienziato visto da Kuhn: non progredisce in modo sempre lineare, nel solco della sua conoscenza vive anche – non subisce, bensì in un certo senso provoca – cambiamenti, rotture, reazioni a contesti talvolta e non meno spesso anticipa i tempi.

È calzante la definizione delle imprese indicata nel lavoro “L’atmosfera e l’algoritmo”, quella di organismi pensanti.

L’Ia può leggere dentro la loro “mente”? È in grado di aiutarle, senza svuotarle, depredarle? La sfida oggi è questa e il paper traccia la via. L’alleanza con l’Intelligenza artificiale è importante e apre scenari di crescita e di prospettiva in questi tempi scanditi da rapido mutamento. Non può essere però una cessione di ciò che di più profondo le imprese non semplicemente “possiedono”: respirano, trasmettono, tramandano. Pensiamo a un’espressione meravigliosa e purtroppo in disuso nella vita quotidiana in azienda con la difficoltà di reperimento di figure professionali tra i giovani: “rubare il mestiere”. Il porsi accanto al collaboratore con maggiore esperienza ad apprendere, alchimia ripetuta nei decenni, anzi nei secoli: non è un furto, casomai un incontro. C’è qualcuno che decide di mostrare, un altro che lo ascolta nei gesti prima che nelle parole e può trarne suggerimenti vitali: un patto non scritto, che ha permesso il progresso di tante Pmi e la nascita di nuove. In una parola, è condivisione.

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In un confronto sulla sostenibilità all’Università Cattolica di Piacenza lo scorso autunno, ci si è soffermati su come l’Ia stia plasmando e ridefinendo i confini dell’etica, della governance e del management aziendale. Randolph Luca Bruno, professore di Economia applicata, ha sottolineato la necessità di una governance in grado di assicurare, tra le altre cose, trasparenza algoritmica e controllo umano. Ma non solo: per le Pmi fondamentali restano le competenze e la formazione, ciò per una trasformazione che sia nel segno dell’equità e della consapevolezza. Serve «stare sopra al dato», il messaggio che è stato consegnato, il che significa cogliere la portata di un tesoro che non è solo tecnicistico: è umanità come si respira nelle imprese. Quest’ultima imprime il reale valore di un patrimonio che altrimenti risulterebbe illeggibile ai più.

Sì, la formazione deve essere assicurata a chi guida le Pmi, e non solo, cosicché sia l’Ia ad accostarsi nei giusti modi e confini a quel “microscopio”. Ma che sia sempre l’impresa a guidare questa visione, in modo nuovo e allo stesso tempo sulla base di un cammino e di un bagaglio di esperienze. Allora, il ruolo dell'imprenditore non solo non sarà sminuito: sarà addirittura rafforzato dall’Intelligenza artificiale. Come spesso accade, ciò che può costituire un problema, si rivela anche un’opportunità. E il mondo delle Pmi chiede a gran voce di essere messo in condizioni di non perderla, per continuare a fare la differenza e il bene del Paese, dei territori, delle comunità.

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L’atmosfera e l’algoritmo

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Aggiornato a febbraio 2026

Intelligenza artificiale, sistemi cognitivi di filiera e sovranità economica nei distretti manifatturieri

 

Il dibattito sull'intelligenza artificiale è costruito su un modello economico implicito — l'economia delle grandi corporation americane — che non corrisponde alla struttura produttiva della manifattura europea. Atmosfera e algoritmo parte da questa premessa per proporre un'analisi specifica delle filiere corte come sistemi cognitivi articolati in tre strati: la conoscenza tecnica specializzata, già in larga misura codificabile dalle piattaforme Ia; la conoscenza relazionale — chi sa fare cosa, con quale affidabilità effettiva — che marketplace come Xometry e Alibaba stanno acquisendo attraverso l'accumulo sistematico di dati transazionali; e la conoscenza generativa, quella capacità di produrre innovazione incrementale attraverso la ricombinazione non pianificata di competenze che dipende dalla fiducia interpersonale e dalla serendipità, e che nessun algoritmo sa ancora replicare.

Il rischio strutturale che la ricerca nomina con precisione non è la sostituzione del lavoro: è l'estrazione del valore cognitivo. Le piattaforme non distruggono la filiera, la svuotano. Le imprese restano fisicamente nel territorio ma perdono la sovranità sul processo produttivo. Il paradosso è che le imprese alimentano questo meccanismo volontariamente: ogni software gestionale adottato trasferisce conoscenza alla piattaforma senza che l'imprenditore ne sia consapevole. Non serve sapere cos'è un Llm per essere esposti alla codificazione del proprio sapere.

Tre gli scenari possibili: dissoluzione, ibridazione asimmetrica — il più probabile nel medio termine — e potenziamento deliberato, perseguibile solo con infrastrutture cognitive condivise, sovranità sui dati industriali e governance collettiva territoriale dell'Ia. La scelta tra queste traiettorie non è tecnica. È politica.