Viviamo in un contesto storico in perenne evoluzione e cambiamento. Ogni giorno ci confrontiamo con i più svariati cambi di rotta, scelte diverse, più consapevoli, più coraggiose. A questo non fa eccezione il mondo del lavoro. Se qualche tempo fa l’idea del “posto fisso” e della fedeltà alla propria azienda era la normalità, da un po’ di tempo a questa parte le cose sono cambiate.
Sempre meno persone cercano il posto di lavoro della vita, quello che li porterà dritti alla pensione. È invece più comune che le aziende si confrontino con una porzione di forza lavoro che tende a lasciare il proprio incarico dopo un anno o poco più.
Abbiamo parlato di questo fenomeno, il “job hopping”, con Claudia Campisi: psicologa del lavoro, HR e Linkedin Top Voice 2023.
«Il "job hopping" è un termine introdotto negli Stati Uniti già negli anni ‘70. Si riferisce alla pratica di cambiare frequentemente lavoro o passare da un'azienda all'altra. Letteralmente è il saltarellare qua e là da un contesto professionale all’altro in un arco temporale ristretto, di solito entro uno o due anni».
Un fenomeno ormai molto presente anche in Italia – che coinvolge soprattutto la generazione che comprende le persone nate tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90 - in cui il singolo professionista decide di cambiare spinto da interessi legati alla crescita professionale ed economica.
Non è da confondersi con la "Great Resignation", termine che abbiamo imparato a conoscere alla fine della pandemia di Covid-19: una situazione differente, in cui un gran numero di persone decide di dare le dimissioni per ricercare «una situazione professionale attenta a bisogni come una maggiore flessibilità, equilibrio tra lavoro e vita privata ma anche l’opportunità di crescita in un ambiente di lavoro più nutriente».
SALTARE DA UN LAVORO ALL'ALTRO NON FA PAURA
Tra i tanti motivi che possono spingere una persona a decidere di cambiare lavoro in poco tempo, Claudia Campisi distingue tra motivazioni interne, personali e quelle provenienti da contatti e stimoli esterni. Spesso capita che al professionista vengano proposti ruoli simili al proprio tramite segnalazioni o proposte da head hunter. Non è raro che il professionista, pur avendo già un posto di lavoro, decida di non precludersi la possibilità di valutare nuove opportunità.
Le motivazioni sono molteplici:
CAPRICCI GENERAZIONALI
«Dietro ad ogni fenomeno ci sono sempre più variabili coinvolte. Lo stesso job hopping dalla sua nascita ad oggi è andato incontro a evoluzioni. A mio avviso le variabili in gioco sono economiche, culturali, normative e psicologiche».
È proprio il mercato del lavoro ad aver influito: contratti di lavoro, politiche sociali e welfare in constante aggiornamento hanno mutato il modo di percepire la stabilità personale. Un fenomeno, quello del job hopping, che interviene anche in risposta a una situazione di precarietà, cercando di adattarsi e non di subirla. Difficilmente possiamo considerarlo un fenomeno transitorio: la consapevolezza, la volontà di seguire e accettare i propri bisogni è una conquista a cui non si è più disposti a rinunciare.
«Oggi la precarietà è probabilmente il rovescio di una medaglia di una cultura del lavoro che chiedeva un prezzo troppo alto sul piano psicologico e personale in cambio di stabilità. Questa riflessione è doverosa perché dentro al job hopping rientra anche la ricerca di un contesto professionale inclusivo, equilibrato e attento alle sue persone sul piano della tenuta fisica e mentale».
E LE AZIENDE?
Non è un segreto che il job hopping, per le aziende, sia una criticità e non un punto a favore. Dover costantemente ricercare forza lavoro porta a problematiche in termini di costi e di continuità di servizio o di produzione.
«Quando si inserisce una nuova risorsa in azienda, oltre alla RAL e ai benefit concordati, l’organizzazione si prende carico dei costi di un periodo variabile di Onboarding e di Indaction che si traducono in un percorso di ambientamento caratterizzato da: formazione, affiancamento sul campo a cura di altre risorse interne, acquisizione graduale di responsabilità. Una risorsa, in base alla seniority d’ingresso, può diventare operativa e affidabile con tempi molto diversi: dai 6 ai 12 mesi».
Perdere una risorsa prima di essere rientrati nell’investimento e dover ricominciare il processo di selezione e formazione non è mai un vantaggio. È proprio per questo motivo che le Pmi devono iniziare a prendere in considerazione il fenomeno in fase di pianificazione del budget e dei costi legati al personale.
GOVERNARLO, NON SUBIRLO
Imparare a vedere “l’elefante nella stanza” è sicuramente uno dei primi fattori utili a convivere con il job hopping.
Le aziende possono farlo «lavorando ad esempio sulla mappatura delle competenze interne e sull’ascolto delle risorse. Il turnover è l’altra faccia del job hopping e ha tendenzialmente un’accezione negativa. Se pensiamo ai professionisti che entrano in azienda, diventa più semplice visualizzare anche la dimensione di opportunità del nuovo in termini di competenze tecniche e soft, knowledge, motivazione e, non ultima, esperienza acquisita da altri contesti organizzativi».
Una gestione strategica del job hopping per una Pmi dovrebbe quindi comprendere una politica interna di ascolto e di valorizzazione delle proprie risorse.
Ecco un piccolo decalogo per rendere felici i propri dipendenti, e anche la nostra stessa impresa.
Paola Landriani