

In Italia la crescita non dipende solo dal credito, dagli investimenti o dalla tecnologia: dipende soprattutto dalle persone. La cosiddetta “guerra dei talenti” è oggi il banco di prova delle imprese italiane. La domanda che attraversa i diversi settori è semplice: perché i giovani faticano a vedere in queste aziende un futuro per sé? È un problema di stipendi, di opportunità di carriera, di mancanza di stimoli, o di un’attrattività che altrove — in Europa o negli Stati Uniti — appare più forte? L’analisi mostra un quadro a più facce: alcuni comparti stanno riuscendo a rinnovarsi e a trattenere capitale umano qualificato, altri continuano a perdere terreno.
Le banche italiane, dopo anni di ristrutturazioni, hanno ritrovato stabilità e risultati in utile. Tuttavia, l’attrattività per i giovani resta limitata. Gli stipendi di ingresso sono competitivi nel panorama nazionale, ma meno se confrontati con le grandi piazze finanziarie europee. I percorsi di carriera sono spesso verticali e poco flessibili, mentre le figure più innovative (risk manager, esperti di fintech, data scientist) faticano a trovare un contesto dinamico. Cosa funziona: stabilità, formazione interna, benefit previdenziali. Cosa non funziona: crescita lenta, salari non allineati agli standard internazionali, poca mobilità internazionale.
La transizione energetica sta ridisegnando il comparto. Le grandi utility e i player delle infrastrutture offrono pacchetti retributivi interessanti, progetti sfidanti e percorsi di carriera chiari. Le figure green (ingegneri ambientali, esperti di biometano, specialisti in idrogeno) sono ricercatissime. Le imprese italiane del settore sono oggi percepite come competitive anche a livello europeo. Cosa funziona: retribuzioni medio-alte, progetti innovativi, solidità aziendale. Cosa non funziona: la complessità burocratica italiana frena il pieno sviluppo delle professionalità.

Il cuore dell’economia italiana continua a soffrire di un mismatch tra domanda e offerta di competenze. Le aziende cercano tecnici specializzati, ingegneri e profili con competenze digitali applicate all’automazione, ma incontrano un’offerta di lavoro limitata. I salari restano bassi rispetto a quelli dei competitor tedeschi o francesi, e i giovani ingegneri spesso scelgono l’estero. Cosa funziona: forte legame con i territori, know-how consolidato, opportunità per chi desidera esperienze internazionali. Cosa non funziona: stipendi bassi, scarsa valorizzazione dei giovani, lentezza nell’innovazione.
Il made in Italy agroalimentare ha un fascino indiscusso nel mondo, ma il settore soffre di attrattività interna. I salari sono bassi, il lavoro spesso stagionale e faticoso, con poche prospettive di carriera. Le eccellenze vinicole e gastronomiche riescono ad attirare giovani manager per il marketing internazionale, ma chi opera nelle filiere agricole rimane poco tutelato. Cosa funziona: riconoscibilità internazionale, possibilità di lavorare su prodotti simbolo del Paese. Cosa non funziona: salari bassi, bassa qualificazione dei ruoli di base, poca innovazione tecnologica.
Il settore digitale è il più attrattivo in assoluto per i giovani, ma non in Italia. Startup e Pmi innovative propongono contesti stimolanti, ma con pacchetti retributivi spesso troppo bassi e carriere poco chiare. Le grandi multinazionali digitali assorbono i migliori talenti, lasciando le imprese italiane in affanno. Chi sceglie di emigrare trova stipendi doppi o tripli e possibilità di crescita rapida. Cosa funziona: creatività, ecosistemi locali di startup in crescita. Cosa non funziona: salari bassi, poca capacità di scala, mancanza di grandi hub nazionali.

Il settore sanitario e farmaceutico offre buone opportunità per figure altamente qualificate, soprattutto nella ricerca. Le aziende farmaceutiche italiane sono competitive e offrono stipendi interessanti. La sanità pubblica, invece, soffre di carichi di lavoro eccessivi, burocrazia e stipendi poco attrattivi: molti giovani medici scelgono di emigrare in Germania, Francia o Svizzera. Cosa funziona: nel farmaceutico stipendi e ricerca avanzata. Cosa non funziona: nella sanità pubblica precarietà, stipendi bassi, mancanza di prospettive.
L’Italia ha eccellenze riconosciute, ma la capacità di trattenerle non è ancora all’altezza. Dove gli stipendi sono competitivi e i progetti stimolanti (energia, farmaceutico), i talenti restano. Dove invece mancano opportunità, meritocrazia e retribuzioni adeguate (manifattura, agroalimentare, digitale), i giovani guardano altrove. La guerra dei talenti, in definitiva, non si vince solo con salari più alti, ma con un ecosistema che offra visione, prospettive e fiducia. Ed è qui che si gioca la vera sfida del Paese. Giuliano Longo